Silvia Bagnoli, come si dice nella sua ultima e particolareggiata intervista con RadioCage, è una drammaturga, attrice e operatrice teatrale, oltre che insegnante di lingue in una scuola superiore di Empoli. Ho sentito parlare di lei, per la prima volta, quando con Bucciano FotoDiarioFestival stavamo preparando la mostra di “Bella la donna che sa e che fa” a San Miniato. In quella stessa settimana, infatti, Silvia si esibiva con Di fatto Teresa nel Frantoio della Briccola a San Miniato, con la collaborazione degli amici di Territorio Teatro. In quel periodo non potevo muovermi, ma per fortuna, se oggi hai un computer e un collegamento a internet, puoi arrivare comunque lontano. Un po’ come Danny Boodman T.D. Lemon Novecento che, nonostante per tutta la sua vita non scenda mai dal Virginian, conosce il mondo attraverso i racconti della gente che passa di lì.
Il primo passeggero che è passato dalla mia “virtuale nave” raccontandomi dello spettacolo di Silvia è stato Aurelio Cupelli con il suo blog. È riuscito ad incuriosirmi, sia attraverso le parole, sia con le immagini, molto suggestive, di questa donna dagli abiti démodé, da sola, sotto la volta in tufo dell’ex frantoio.
Il primo particolare che Silvia mi ha confessato quando ci siamo conosciute, è stato il freddo pungente di quel posto, come se il tufo, già da solo, avesse creato, non soltanto un palcoscenico, ma un luogo lontanissimo dal presente; come se i Samminiatesi che quella sera scesero le scale del Frantoio della Briccola, lo avessero fatto clikkando sulla porta d’ingresso e aprendo una finestra nel tempo e nello spazio.

Ho conosciuto Silvia un paio di settimane dopo il suo spettacolo a San Miniato, quando mi ha chiesto di montarle un video di presentazione per Di fatto Teresa. Non sapevo se sarei stata all’altezza, dal momento che i miei montaggi, fino a quel momento, si erano limitati alla sfera dell’infanzia, delle feste, delle occasioni che riguardano i bambini e, soltanto ultimamente, avevo fatto alcuni video per le collaborazioni con Bucciano FotoDiarioFestival. Ho comunque accettato volentieri l’incarico, forte e consapevole della passione che ci avrei messo.
La mia paura più grande era quella di snaturare il significato dello spettacolo con interventi sbagliati, ma Silvia è stata una guida scrupolosa, pignola ed estremamente esigente e critica (soprattutto nei confronti della propria interpretazione). Sono rimasta stupita e ammirata quando mi ha raccontato che quella di Teresa è stata la sua “prima volta” nell’ambito dell’affabulazione e del monologo. Per lei che proviene dal teatro danza, dal mimo e dai clown, un salto del genere ha richiesto un enorme impegno a livello di studio e, aggiungerei io, anche tanto coraggio e tanta energia. Ma Silvia ha creduto in Teresa Mattei e nella forza dell’esempio. Sì, perché se Teresa è stata la prima donna del parlamento, quella che ha proposto la mimosa come simbolo dell’otto marzo, quella che, soprattutto, ha lottato per le pari opportunità fra individui e fra uomini e donne e per concedere il voto alle donne, purtroppo oggi, a distanza di tanti anni dalle sue lotte, questa parità non è ancora reale. Questo lo sa bene Silvia, lo so io e lo sanno moltissime donne che ogni giorno per strada, o nelle proprie case, o sul posto di lavoro si imbattono nel rifiuto, nella discriminazione, nella violenza, nello scherno, nella paura e nel senso di impotenza.

Ma per fortuna la “nostra” lotta non si è spenta con la fine di quella di Teresa Mattei. Come Silvia, che si è messa in gioco con questo spettacolo che continua attraverso la Toscana e oltre, sono sicura che ci siano molte altre donne che lavorano per arrivare ad ottenere una parità, di fatto, reale, e per fortuna anche molti uomini che credono in noi e ci amano.

Approfitto di questo spazio virtuale, per una digressione personale: oggi è il 18 aprile, è il compleanno della mia mamma. Anche lei ha lottato tutta la vita, anche se spesso, ai miei occhi di figlia ribelle, è sembrato che non abbia mai ottenuto nulla. Ma la sua lotta è stata quotidiana, dura, solitaria e alienante. La sua lotta è stata quella di alzarsi ogni mattina, lasciare due figli e correre in una fabbrica dove veniva trattata come una schiava, un cencio, una nullità. Altro che donna! Altro che individuo!
Io non avrei mai la sua forza, la sua costanza, eppure lei è riuscita a farmi crescere sana, a farmi studiare, a darmi tutto ciò di cui avevo bisogno… e anche molto di più.
Forse non capisco il suo sacrificio, perché ho sofferto nel vedere la sua sofferenza, ma se non ci fosse stata una donna così, adesso non ci sarei nemmeno io… Grazie mamma!

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