CHIARA DUERIGHE

Gentile Chiara, ci dispiace ma la tua opera non compare fra i migliori 10 del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro. Ti aspettiamo all’edizione 2016. Intanto puoi dare un’occhiata alle opere finaliste!

-Sì, certo, col cazzo!

-Gentile Chiara, scimmiotta. Clicca sul cestino e l’email scompare.

-Fanculo a te. Fanculo a voi.

-Fanculo anche quest’anno.

Si appoggia allo schienale della sedia e sbuffa.

Osserva intorno muovendo solo gli occhi e intanto pensa ancora che la sua storia sia bellissima. Che probabilmente è ancora molto chiusa nel suo cervello e il suo cervello non è abbastanza bravo da indirizzare le giuste parole alle mani. Oppure lungo la via trovano qualche ostacolo. Deve essere un problema di comunicazione interna, ecco di cosa si tratta.

Riapre il browser, si collega al sito del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro e con pochi clik si iscrive all’edizione 2016.

-Se non ce la faccio questa volta, smetto di scrivere per sempre. Giuro.

 

COLOMBO RASPINI

Il figlio di Colombo aveva tre anni appena, ma era affamato di lingua italiana nemmeno ne avesse avuti venticinque e una passione viscerale per la materia. Qualsiasi oggetto attirava la sua attenzione e pretendeva di saperne il nome.

-Come si chiama questo, babbo?

-Tavolo

-Come si chiama questo, babbo?

-Specchio

-Come si chiama questo, babbo?

-Naso. Il naso di babbo

Colombo rispondeva a ogni domanda, perché la moglie Aurora, prima di andarsene al di là dell’oceano alla ricerca di se stessa, si era raccomandata di rispondere, che ai bambini si danno sempre e comunque delle risposte, che questa è l’età in cui assimilano più informazioni. E poi da grandi diventano dei geni.

E così lui rispondeva ad ogni domanda. Ma finché si trattava di dirgli il nome di un oggetto, o di una parte del corpo, d’accordo. Ma c’erano sempre anche quelle domande. Quelle a cui non trovava risposta nemmeno lui che era grande:

-Mamma quando torna? Perché è andata via?

No, suo figlio non sarebbe mai diventato un genio.

E poi c’erano quei momenti strani, sempre più frequenti ultimamente, in cui la risposta non arrivava nemmeno se si trattava di dare il nome agli oggetti.

-Come si chiama questo, babbo?, chiese il piccolo Edoardo indicando il corrimano delle scale.

E Colombo si fermò con il bimbetto in braccio. Guardò il corrimano, lo toccò, ma nella sua testa sentì silenzio e vide una palla trasparente e vuota che si allargava, che azzerava ogni rumore e ogni figura.

-Eppure, fece a voce alta, so che è una parola così semplice. Domani Edo, domani babbo te lo dice.

 

ALMA NERI

Lo smartphone sul tavolo cinguettò. Sul display comparve un nuovo messaggio da Alman:

“Sono una stronza”

Non passarono nemmeno tre secondi che il cinguettio si ripeté:

“Fino a ieri mi giravano le palle perché dovevo gettare tutti i miei meravigliosi reggiseni con il ferretto”

“Che invenzione il ferretto”

“Pensavo di averne abusato”

“E invece quei maledetti dolori… sono fottuta Ari, sono marcia. Mica i reggiseni devo buttare. Butteranno i miei seni, merda!”

L’ultimo cinguettio era arrivato con un certo ritardo rispetto agli altri.

Ma comunque nessuno dei cinque segnali acustici venne sentito dalla proprietaria del telefono.

 

ARIANNA SENZAMORE

Nel piccolo appartamento al terzo piano c’era sangue dappertutto. Le finestre spalancate portavano dentro voci allegre di un mattino di primavera, nel centro del paese, in pieno mercato.

Il sangue era scuro. C’era una macchia delle dimensioni di un cocomero sul divano. E il water assomigliava a un’opera d’arte, così schizzato di porpora, a tratti più scura, come se ci avessero sgozzato un agnellino.

Arianna era in mezzo al mercato quando due massaie la videro andar giù, sudata che la pelle le brillava, con quel pancione così basso che sembrava lo stesse trasportando con la sola forza delle braccia. Così tese. Che se non fosse caduta lei, sarebbe caduto lui per terra, ne erano sicure quelle due massaie, ancora prima di guardarla andare giù. Lo sapevano, loro, che quella era una cercaguai.

Ma l’ambulanza fece presto ad arrivare. E anche il bambino.

Il suo ragazzo no, invece. Non arrivò mai.

Preferì non vedere il piccolo.

-è per il tuo bene, Ari… se poi mi affeziono? Se poi mi viene voglia di farlo crescere dai miei…?

 

VASCO ROSSI

Vasco Rossi cantava voglio una vita spericolata camminando per strada in mezzo alla gente. E nessuno gli diceva nulla. Nessuno se ne stupiva, se non i turisti e i forestieri. Che magari erano arrivati fin lì, in quel paesino in collina, in mezzo a un deserto di campi mandati in malora e steppe e pecore a brucare, magari erano arrivati fin lì, lasciando il mare per mezza giornata, soltanto perché qualcuno aveva detto loro:

-Lo conoscete Vasco Rossi? Lo avete mai visto di persona? Andate, andate che ne vale la pena.

Vasco Rossi, quello, aveva vent’anni, a detta di molti. Nell’aspetto era un mix fra James Dean di Gioventù bruciata, con i capelli ingelatinati e le t-shrt bianche, e le movenze del suo omonimo più famoso. Camminava per strada interpretandolo in uno dei suoi videoclip, che non era difficile se già ti sentivi Vasco Rossi, perché Vasco nei videoclip fa sempre se stesso (questo lo pensava Vasco Rossi. Quale dei due non è importante).

Le canzoni le cantava da dio, ma riguardo al video, beh per quello era tutta una questione di fiducia. O di fede in lui, perché era tutto nel suo cervello. Che era piccolo piccolo, a detta di molti, ma se pensate a quanto è vasta la discografia di Vasco, allora forse tanto piccolo piccolo il suo cervello non era.

Quando in mezzo alla folla del mercato del venerdì vide quella donna accasciarsi come una pera cotta (la vide da dietro) fece una cosa che non aveva mai fatto in vita sua. Interruppe le riprese del video, staccò la musica, azzerò la voce e corse da lei.

E non si allontanò nemmeno quando arrivarono i volontari della misericordia. E nemmeno sull’ambulanza, quando quella donna (bella, brutta, giovane o anziana, non l’aveva ancora vista bene in faccia) si mise a urlare, e si sforzava come a volte a lui era capitato per andare di intestino tipo quando aveva mangiato solo pane e patate per una settimana. E una parte di lui avrebbe voluto gridare ai paramedici di darle almeno una padella, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe potuto andare, per dio. Che il tempo di prenderlo e analizzarlo ce l’avrebbero avuto. Che la lasciassero un po’ in pace almeno in questi momenti intimi. O che se stava davvero male come pareva a lui, che facessero qualcosa, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe andato quello che usciva. Per dio.

Ma non disse nulla.

Una mano gli faceva un male cane, perché lei la strizzava. Ma non voleva fargli male. Lo sapeva lui. È che ci sono momenti nella vita in cui c’è bisogno di strizzare una mano. E momenti in cui devi essere pronto a fartela strizzare, per dio. Questo glielo diceva sempre nonna. Lei sì che una vita spericolata ce l’aveva avuta. Lei aveva fatto la guerra.

Poi lei smise di stringere e si buttò all’indietro.

Aveva la faccia tutta rossa, gli occhi iniettati di sangue. Ma sorrideva. Ed era la donna più bella che avesse mai visto. Dopo sua nonna nelle foto da ragazza, naturalmente.

E quello che sentì subito dopo, quel pianto piccolo piccolo, quel frignare timido e insistente, pensò che fosse la canzone più bella che fosse mai stata scritta.

Doveva farglielo sapere al Blasco. Altro che vita spericolata!