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Non la conosce nessuno. Non si lascia avvicinare. Cammina e basta. Sola.
Si chiama Zira, o Zara, oppure Nara. Esce dall’appartamento in quel vecchio residence di muro grigio. È deserto o quasi.
Si sofferma sulla soglia trascinando piano la porta verso le spalle. Dà ancora un’occhiata dentro: suo marito Denny distribuisce la pasta nei piatti delle bambine. Loro attorno al tavolo parlano e ridono. Lui le incita a mangiare.
Zira esce senza salutarli. Loro non si curano di lei. Rischia di scivolare sul pianerottolo annaffiato di sabbia. La brezza è forte e spruzza l’acqua del mare.
Scende le scale avvolta in un cappotto di lana bucato. I capelli sono serpenti che si divincolano in tutte le direzioni.
L’intenzione è quella di ogni giorno: arrivare al mare.
Salta senza abilità gli ultimi tre scalini che si sono sbriciolati. La luce si fa all’improvviso più forte. Il cielo è grigio e pesante. Il sole è da qualche parte in fondo al buio dei suoi pensieri. Se per caso facesse capolino, la riterrebbe unicamente una presa in giro del destino.
Cammina incerta, provando a mettere i piedi sui residui di mattonelle del vialetto. Erbacce spuntano a tratti in mezzo al grigio della sabbia.
Zira cammina strizzandosi il cappotto oltre il limite dei bottoni. Le è cresciuto addosso. Sta scomparendo.
Si arrampica su una duna. Respira con affanno, non ricorda quanto tempo è che non mangia. Raggiunge la sommità, si sofferma a riposarsi e ridiscende scivolando verso la radura sabbiosa che si estende per un centinaio di metri fra due alture rocciose ai lati. In fondo creano una specie di imbuto che introduce all’ultimo sentiero prima del mare.
Sparsi cespugli ritorti di mirto e lentisco e a ridosso delle rocce una foresta di ginestre dal colore spento. Lì la brezza cala e la temperatura si alza. Anche le gocce non arrivano, la sorvolano.
Immobile percorre mentalmente la strada per il mare. Cammina fino all’imbuto, attraversa il sentiero fra i pini nani, arriva sulla spiaggia. Evitando di farsi male nei tronchi lisciati dall’acqua, sul tappeto di alghe e soprattutto sulla spazzatura.
Le onde sono alte, una dietro l’altra. Il mare urla, è furioso. Si avvicina senza pensarci troppo. Bastano tre passi e giù, quello scalino nell’acqua, quello che ha visto d’estate, quando il mare era calmo, e giù, un’onda le passa sopra, un’altra la ingoia. È tutto finito.
Torna nel suo corpo ispido. È sola. Del mare sente il boato ma non lo vede. Non riesce a camminare oltre. Torna indietro. Prende la strada che pare seminata, a tratti, parallela al mare. È deserta, sconquassata. E lei si confonde con uno dei pali della luce. Storti, neri, inutili.
Il vento tira forte. Fa fatica a tenere i piedi piantati in terra.
Un muggito enorme, terrificante segue una ventata più forte.
Si ferma e guarda su, seguendo la parete scortecciata di una torre. A mezza altezza si interrompe, sembra tranciata dai denti di un drago gigante. E ciondola come un pendolo morente un’enorme elica a tre pale. E muggisce ancora, come gli ultimi lamenti di un torturato a morte.
«Prima o poi cadrà»
Zira si gira impaurita. Gli occhi sgranati.
«Prima o poi cadrà. E farà un gran botto. Ma non si fermerà là per terra. Rimbalzerà e inizierà a rotolare. E farà tremare tutto, come un terremoto. E a forza di rotolare e di rimbalzare alla fine si infilerà in mare. E provocherà un’onda anomala che sommergerà tutto, qui intorno»
Zira lo ascolta per tutto il discorso. E lo guarda. Ma appena finisce di parlare si volta e riparte. Lui le va dietro. Ha una giacca a vento grigia, un colbacco dal pelo lucido e un paio di jeans con i risvolti sopra a delle scarpe da basket. Ha le mani in tasca e la tiene d’occhio, anche se tenere gli occhi aperti non è facile.
«La prossima settimana torno e rimango qualche giorno»
Zira affretta il passo, si stringe il cappotto.
«Hai freddo? Ti porto una giacca a vento? La trovo senza difficoltà. Te la por…»
Zira si ferma e lo fulmina. Dopo qualche secondo riparte nella direzione opposta. L’uomo le va dietro.
«Ok, d’accordo. Però questa non puoi rifiutarla» Zira va più forte, ma non corre. L’uomo abbassa la zip della giacca e sfila una sciarpa di lana.
«Mimì! Aspetta… hai freddo. Lo vedo. Prendi questa. È per te»
E poi Mimì, lui la chiama Mimì, perché gli ricorda una vecchia canzone. Solo lui, però. Mimì non si ferma. Percorre il vialetto alternando una stanca corsetta al passo veloce. Mangia le scale, raggiunge la soglia del suo appartamento. Lui sale gli scalini tre alla volta. È alto, ha gambe lunghe e forti, e quando le si avvicina lui sembra un albero e lei una bambina che si dondola sull’altalena di corda. Le avvolge il collo con la sciarpa senza chiederle il permesso. Lei si appiccica con le spalle alla porta. Non lo guarda in volto. Ha le guance rosse e la pelle bianca. Su quella guancia lui passa il dorso dell’indice. Lei trema.
«Esci con me» Inaspettatamente lo guarda. Poi sposta lo sguardo per terra. Segue il disegno floreale di una mattonella.
Compare una donna che sembra poco più grande di lei. Capelli neri lisci. Occhi grandi sotto una zazzera perfettamente pari. Le si accosta all’orecchio. Mimì l’ascolta. Guarda di nuovo lui, adesso decisa e sostenuta.
«Se prendi me, prendi anche i miei fantasmi»
Gira la maniglia della porta, la schiude. Danny è vicino al tavolo che distribuisce il pasto alle bambine. Loro schiamazzano e ridono. Mimì guarda dentro, di nascosto. Loro non si curano di lei. Anche l’uomo guarda dentro, poi di nuovo lei. Le sorride triste.
«Scegli dove andare»
«Al The Proof» sussurra.
Ha abbassato la voce. Non vuol farsi sentire e forse prova anche un filo di imbarazzo. Lui resta sorpreso. Soprappensiero. Sbircia dentro. Poi si scioglie.
«Certo…» Mimì fugge in casa.
Lui blocca la porta che sta per chiudersi.
«Passo di qui fra un’ora… va bene?»
Mimì guarda l’amica dietro di sé. Lei annuisce.
«ok»