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Uno che vola

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Per il concorso indetto dall’Empovaldo, ho presentato un punto di vista da samminiatese sull’antico poema di Neri, dove si sarebbero visti addirittura asini volare se gli Empolesi avessero espugnato il castello di San Miniato.
Ma è soltanto uno spunto.
Un asino che vola è qualcosa a cui nessuno crede. E se ci crede, gli altri ridono.
“UNO che vola” è anche uno diverso. Che ha il coraggio di esserlo o che ci si ritrova. E spesso uno diverso viene accolto con violenza.
Insomma, con questa illustrazione parto da un messaggio locale e arrivo a un messaggio universale.
Perché uno che vola, che osa farlo, che sia per sbaglio, per un difetto o per scommessa, è sempre un passo avanti.
Anzi, un passo più su.

Cinque ingredienti per una favola

La nascita di una storia è un evento che accade in tante maniere. Può essere una rivelazione improvvisa, il frutto di osservazioni e studi, oppure scaturire da una conversazione, da un incontro o da un gesto insolito.
Con queste cinque illustrazioni vi racconto come sono arrivata a scrivere “Otid del paese degli Otid”, la favola pubblicata su ilmiolibro.it a questo indirizzo che partecipa al concorso “Il mio esordio”.01-otid02030405

Il destino di Tappino

Immaginiamo di trovare il tappo di una bottiglia per terra. Proprio ad un passo dai bidoni dell’immondizia.

il tappino

Che fare? Un tempo forse non ci sarebbero state esitazioni, ma nell’epoca attuale, quella dell’obiettivo “rifiuti zero”, i dubbi ci sono eccome. E scommetto che passando di lì dieci persone diverse, ci sarebbero dieci reazioni diverse, dieci modi di affrontare la situazione.

Sulla scia di Storia di Tappino, il libro illustrato con cui ho vinto il primo premio della sezione Fiabe del concorso Fiction&Comics, ho immaginato dieci vignette in cui vengono illustrati alcuni comportamenti dell’uomo contemporaneo nei confronti della raccolta differenziata.

Le eco-mamme si… differenziano

MAMMA ECO no scritte

Se mi volessi vestire un po’ più da femmina dovrei portarmi dietro un carrettino con i bidoncini della differenziata in miniatura. Sì perché quando siamo fuori casa e loro mangiano e bevono, sanno che la confezione non devono assolutamente buttarla in terra (anche se il terreno è disseminato di spazzatura come se potesse prima o poi germogliare) e così se non trovano un cestino a portata di mano (o se i cestini sono insufficienti e già pieni) la consegnano a me.
E allora io mi sento un po’ così: una mamma-differenziata.Vai a Storia di Tappino!

Tappino, il popolo di Comics e io

Questo è Tappino, anzi, questa è Storia di Tappino, la mia prima graphic novel. Grazie a lei giovedì scorso mi sono ritrovata in mezzo al popolo della scuola internazionale di Comics.
E ho vinto.

cover
Acquista su ilmiolibro.it o su lafeltrinelli.it

Storia di Tappino è una favola, una storia semplice, di quelle che si leggono ai bambini mentre loro appiccicano l’indice sul disegno facendo domande e interrompendoti mille volte. Ma è anche una storia da grandi, di quelle con le parole che si mettono a svolazzarti nella testa finché non trovano un passaggio segreto per un mondo più profondo e complesso.
Storia di Tappino l’ho realizzata apposta per partecipare ad un concorso. La mia filosofia per affrontare lavori mai fatti è questa: parti dalle cose semplici, da ciò che conosci. E così il protagonista più semplice che mi è venuto in mente è stato il tappo di plastica di una bottiglia: rotondo, piccolo, bianco.
La storia inizia quando Tappino viene gettato. Inizia la sua avventura. Tappino nasce.

 

“Si accorse che era nato perché gli venne voglia di avere gli occhi…”

Che è un po’ la storia del sentirsi vivi finché (o solo quando) si provano desideri.
Il primo desiderio di Tappino è quello che mette in moto la sua volontà, quello che lo guida e lo sostiene, anche quando arriva il mostro. Quello che alla fine gli permette di trovare il suo (nuovo) posto nel mondo.

Insomma, il concorso a cui ho partecipato si chiama “Il mio esordio” e viene organizzato da Ilmiolibro.it in collaborazione con Scuola Internazionale Comics. Due giorni fa, a Roma, Storia di Tappino ha ricevuto il premio come miglior fiaba.
E io, accompagnata da alcune delle donne a cui voglio più bene, sono andata a prendermi gli applausi.

Storia di Tappino è acquistabile sul sito di ilmiolibro.it a questo indirizzo.

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Qualsiasi parola è troppo piccola, per chiamarlo.

Dico sempre che non ci credo. Ma mentre lo dico penso che vorrei crederci.
A me la vita così, quella che si vede e si tocca, soltanto così, è sempre piaciuta il giusto. Poco. Non mi esalta, ecco.
E così cerco quello che non si vede, l’oltre, il miracolo.
Ecco, l’ho detto. Ma non è proprio che ci creda. È solo che vorrei tanto crederci. Anzi, vorrei che i miracoli accadessero sul serio. Non tanti, sennò allora che miracoli sarebbero! Solo quelli giusti, quelli che ogni tanto ci stanno bene. Quelli che servono.
La verità è che mi sa proprio che ho assistito a un miracolo.
Lo dico sottovoce, con il cuore stretto stretto. Perché dirle a voce alta, queste cose, gridarle, ho paura che si squaglino. Allora lo dico sottovoce, me lo dico nella testa.
La storia è questa.
Io odio gli anelli. Gli anelli portati al dito. Li detesto. Sono noiosi, fastidiosi. Un pensiero in più a cui pensare.
Però quello lo portavo. Orgogliosa. Consapevole che quello era l’Anello.
Lo indossavo dal sedici luglio dell’anno scorso, poco più di un anno. E non l’avevo mai tolto.
Se lo tolgo una volta, non me lo metto più!
Allora non lo toglievo. E lui stava lì, d’estate più stretto, adesso un po’ più largo. Ma ci stava. Io ci stavo attenta e lui stava attento a me. Non mi abbandonava.
Anche l’altro sabato lui era con me.
Mentre pulivo era con me. Infilavo la mano nel secchio, strizzavo il cencio, lui era con me.
Lo controllavo. Lo toccavo con la punta del pollice. Che non cadesse, che non scivolasse. Così quando sono andata a gettare la plastica, mentre svuotavo il sacco nella campana mi sono fermata a controllare. E lui era sempre lì. Poi ho fatto un miliardo di altre cose, su e giù per strada, in auto, sul furgone, in quel garage a caricare la roba. Un milione di altre cose.
E ad un certo punto me lo sono scordato. L’ho dimenticato.
Capita.
È successo.
Portavo un sacco pieno di roba. Pesante. Lo portavo per strada e ogni poco lo passavo da una mano all’altra. Era pesante. Sentivo che i lacci di plastica premevano sull’anello e l’anello sul dito.
E poi è successo.
Mi sono fermata. Il sacco ancora in mano. Pesante. E l’ho sentito.
L’anello era scomparso.
Ho sentito la sua assenza. All’improvviso. Come se se ne fosse appena andato.
Lì intorno non c’era. Ho rifatto quella strada cento volte. Quel giorno, i giorni dopo. Ho guardato dovunque, in qualunque stanza, nelle macchine, nel furgone, nel garage. Ho ripercorso i miei passi, vuotato i sacchi della spazzatura, il sacco dell’aspirapolvere. Ho capovolto le scarpe, scosso coperte e abiti, smosso scatole e mobili.
Ma niente. Lui era scomparso.
E dal momento che non riesco a credere che la vita sia soltanto quella che si vede e si tocca, allora quella perdita non era soltanto una perdita materiale. Era qualcosa di più. Ma non soltanto un simbolo. Era qualcosa di più, ancora di più. Era un messaggio. Un terribile messaggio.
Per qualche giorno ho continuato a cercarlo. Con il morale a terra. Con questo pensiero fisso di capire quale fosse quel terribile messaggio.
Poi ho cominciato a raccontarmi storie, un po’ come faccio sempre quando la realtà mi deprime, e mi sono rassegnata, mi sono raccontata tante volte che avevo perso soltanto un anello, e alla fine ci ho creduto e mi sono rassegnata.
A cogliere le olive se ne parlava.
-L’hai ritrovato l’anello?
E così il pensiero tornava e i miei sforzi per cacciarlo riprendevano.
-Ma sei sicura che non ti sia caduto venerdì mentre coglievi le olive da sola?
Magari, pensavo, magari.
Ma venerdì ce l’avevo l’anello. E anche sabato. L’ho perso sabato sera. È sicuro.
Domenica era il primo novembre. Ero in valle con mio padre e mio marito a cogliere le olive. Ad un certo punto il mio babbo si è allontanato perché doveva costruire degli attrezzi per cogliere le olive in un punto difficile.
Abbiamo finito il lavoro, terminato gli olivi in valle, riempito le cassette, quando mi è squillato il cellulare.
Ecco, io non lo so se si chiamano miracoli anche quelli che ti si annunciano per telefono mentre sei in mezzo agli ulivi, in una domenica mattina di mezz’autunno, con il cielo azzurro azzurro e un vento caldo che a chiamarlo tramontana pare di dire una bestemmia.
Mi sono arrampicata su per la collina e quando sono arrivata quasi in cima ho trovato il mio babbo che ancora piangeva. Frignava mentre finiva di costruire quell’attrezzo. Perché nemmeno a lui riusciva di accettarlo per quello che era. Un miracolo. E allora continuava a fare cose vere, reali, urgenti.
Ma piangeva.
E quando con il sorriso che mi esplodeva dal viso gli ho chiesto come avesse fatto a ritrovarlo, mi ha risposto con una vocina acuta, strozzata dall’emozione:
-è mamma che me l’ha detto…
Ecco, loro non si erano arresi. Loro non si sono messi a raccontarsi storie.
-Mamma era convinta che tu l’avessi perso mentre coglievi le olive venerdì
-Ma io sabato ce l’avevo!, ho obiettato decisa. Me lo ricordo.
-L’ho ritrovato nell’ultima cassetta. Era in fondo in fondo, in mezzo a quattro olive che lo circondavano e lo reggevano, ancora attaccate insieme.
Ho visualizzato un anello tenuto insieme da quattro olive. Le sue mani grandi che tentavano di descrivere questa cosa piccola e complessa. E ho sentito immediatamente qualcosa che sfuggiva dalla realtà. Ho sentito che quell’immagine me la sarei girata in testa per tutta la vita, ma che non l’avrei mai capita fino in fondo. Sarebbe stato inutile provarci.
Sacro. Ecco il termine giusto. Quell’immagine sapeva di sacro.

Ho perso la fede.
Mio padre l’ha ritrovata il giorno di Ognissanti in un posto in cui non poteva essere.
Qualsiasi parola è troppo piccola, per chiamarlo.

Alla Cappellina, io ci sto!

Alla Cappellina io ci sto!Ricordo che per tutta la sera ho avuto la sensazione di essere su una giostra: io ferma e tutte le cose e le persone che mi giravano intorno vorticosamente.
Mi sono ritrovata a fare da padrona di casa in un luogo pubblico dove, per anni, avevo provato imbarazzo ad entrare. Quella sensazione di non essere del tutto gradita…
Tutto cominciò la sera della Consulta a Le Colline… Le Colline non hanno un parco giochi, un ritrovo, un punto di aggregazione, che cosa possiamo fare? Qualcuno propose di tornare ad utilizzare il giardino della Cappellina (Santa Maria al Fortino) come accadeva molti anni fa.
Non ho i mezzi e le conoscenze scientifiche per dimostrare l’importanza dei luoghi di aggregazione, ma l’ho provato sulla mia pelle quello che significa: da un lato la solitudine, l’idea che ogni cosa (brutta o bella che sia) accada soltanto a te, la pesantezza dei gesti quotidiani, non saper chiedere aiuto… dall’altra la condivisione, ogni cosa brutta diventa più leggera, ogni cosa bella si stempera e si moltiplica, i gesti quotidiani si affrontano diversamente, si sa a chi chiedere aiuto e ci si scopre anche in grado di darne. Ci sono momenti e situazioni, nella vita di tutti noi, in cui il centro di aggregazione (che sia anche solo un giardinetto pubblico) diventa fondamentale per sopravvivere: quando si diventa mamme, per esempio, e la vita cambia in un colpo solo in maniera rivoluzionaria. O quando ci si trasferisce in un posto dove non conosciamo nessuno, magari neanche la lingua… oppure quando i figli iniziano ad andare a scuola e da soli ci sentiamo inadeguati ad aiutarli.
Il primo GRAZIE va a Mario, fu lui che mi propose di fare con le nostre forze, di organizzare una cena in cui tutti potevano contribuire e iniziare nello stesso tempo a riappropriarsi di quel luogo… Sicuramente un’idea romantica, ma, riflettendoci bene, anche innovativa e soprattutto una di quelle idee che responsabilizzano le persone, i cittadini. È fondamentale capire il cambiamento. VECCHIO PENSIERO: quel posto è del Comune… i soldi ce li deve dare il Comune!   NUOVO PENSIERO: quel posto è del Comune… il Comune siamo noi cittadini… aiutiamoci a creare ciò che ci serve, nel rispetto dei diritti di tutti.
Insomma, quell’idea romantica mi spaventò non poco, perché organizzare in dieci giorni una cena di quel tipo non era semplice. Avevo paura, poi, che soltanto poche persone la pensassero come me. Temevo che sarebbe stato un insuccesso totale.
Per cui, la sera del 25 giugno, lì al tramonto, a ricevere i partecipanti con i loro manicaretti, mi sentivo un po’ la padrona di casa… o meglio, quella che fa il compleanno, ma non è molto popolare, per cui ha paura che non venga nessuno… e invece, mentre io non riuscivo a trovare il bottone per scendere dalla giostra, piano piano, il giardino della Cappellina si riempiva: bambini, adulti, anziani, gente che non avevo mai visto, gente che non vedevo da quando ero piccola, forestieri, sanminiatesi da parte di là, sanminiatesi di San Miniato Basso, amici da Ponte a Elsa e Ponte a Egola. Per quello che posso essermi goduta in quelle ore fuori di testa, è stata una delle serate più esaltanti che abbia mai vissuto.

E infatti, il bello non è tanto avere un sogno, ma trovare altri con cui condividerlo.

Quello che tutti insieme abbiamo realizzato quella sera, va ben oltre l’altalena e le molle che siamo riusciti ad acquistare. Abbiamo mangiato insieme scambiandoci il cibo, eravamo sconosciuti e ci siamo uniti nel nome di un sogno.

Col cuore, la cosa più preziosa che ho dopo i miei bambini, dico GRAZIE a tutti.
Guardatevi il video. Ci sono tante foto di quella sera e un po’ di filmati.

Uno sport per Margherita

mimì

Il mio sport, quello del cuore, lo scelsi a dieci anni. Non ci fu nessuno che mi propose di farne uno, né tantomeno che si mise a illustrarmi le varie discipline possibili. L’irresistibile voglia di farlo ebbe origine semplicemente da un cartone animato. Grazie a Mimì mi innamorai perdutamente della pallavolo.
A quei tempi non potevo fare scelta peggiore: in un colpo solo mettevo in difficoltà i miei genitori che non sapevano come portarmi agli allenamenti, e per di più tradivo San Miniato che andava fiera della sua ginnastica artistica alla Crocetta, ma soprattutto del basket con l’Etrusca.
A undici anni diventai una straniera fra i bambini sanminiatobassesi e iniziai ad organizzarmi con passaggi da mamme e nonne delle amiche, oppure lunghe attese di mia madre che lavorava in fabbrica.
Pensandoci ora, fare una scelta del genere basandosi su un cartone animato che ti presenta la “goccia di ciclone” come una delle schiacciate possibili se ti alleni bene, è davvero una sciocchezza.
Però a me è andata bene.
Adesso i bambini vengono spinti a fare sport da subito, appena vengono al mondo. Da neonati scegliamo noi genitori e molti si ritrovano a sguazzare in piscina, oppure a fare gioco-danza. Niente di impegnativo, insomma. Arriva un’età, però, in cui molti sono stufi delle nostre scelte, alcuni non hanno chiaro cosa fare e altri non vogliono fare niente, solo giocare.
Pensando a me che fino a dieci anni sono stata serenissima a fare in su e in giù nei campi o per la strada, li capisco perfettamente. Ma adesso è tutto cambiato, e per far fare un po’ di movimento ai nostri bambini, “è necessario” fare uno sport.
Così Margherita, 6 anni, quest’anno era in crisi perché non sapeva quale sport scegliere. Ma per fortuna il 22 settembre c’era la Festa dello sport a San Miniato! Quale migliore occasione per provare un po’ di tutto e scegliere in assoluta libertà?
Il video è un documento di quel pomeriggio, di com’era bella San Miniato invasa dai bambini, di come gli donano i campi da basket in piazza del Popolo, i tappeti verdi del subbuteo sotto i chiostri, gli arceri, il percorso delle biciclette, la pista rossa per lo scatto sotto al Miravalle, i ballerini di hip-hop e le canoe davanti all’ascensore del Cencione, il calcetto e il mini-volley in piazza del mercato, l’arrampicata su una linea immaginaria che arriva direttamente alla Rocca, i ballerini di latino-americano in rosso e il deltaplano a motore dai colori sgargianti parcheggiato davanti alla parete del Seminario,  i meravigliosi cavalli fra gli alberi del “prato” del Duomo e anche la protezione civile con la prova di spegnimento dell’incendio.
A dire la verità a San Miniato dona un po’ tutto, basta che si riempia di gente e può diventare quello che vogliamo. L’altra sera la vecchia signora, seduta al solicchio di fine settembre, ha preso fra le braccia i nostri cuccioli e gli ha raccontato storie meravigliose grazie alle quali qualcuno, forse, si sarà innamorato di uno sport.

E Margherita? Che sport avrà scelto?

Guarda il video della festa!

Uno

uno-gameDopo una settimana di litigi le bambine si sono finalmente accordate: adesso stanno giocando a carte e, per non smentire la tradizione dei circoli, non stanno zitte un secondo e discutono su ogni mossa. Non credete chissà cosa, stanno giocando a UNO, evoluzione dell’antica briscola che giocavo con mia nonna, forse il gioco che mi ha trasmesso per primo l’amore per i disegni: la donna di cuori è bellissima, quella di mattoni è sensuale, la donna di picche è una contadinella arricchita, quella di fiori ha una certa età. I re sono tutti troppo anziani, mentre fra i gobbi, alla fine la scelta si riduce a quello di cuori anche se è uno squattrinato, soltanto perché il gobbo nero è quello che ti fa perdere… ma non è detto che sarà sempre così.
Forse non mi hanno trasmesso soltanto l’amore per i disegni, la briscola era un mezzo del Grande Fratello per darmi un imprinting ben preciso riguardo all’amore…
Attraverso San Miniato e mentre le botteghe sono chiuse, almeno quelle che non credono che il futuro di tutta Italia dovrebbe essere il turismo, osservo, ammanettando i pensieri, un vestito optical, una camicia a pois su un signore abbronzato dai capelli argentati, una camicia a fiori su un paio di bermuda,  bambini con i genitori, genitori insieme, passi lenti, soste, sorrisi e osservazioni prolungate, lentezza estiva, appropriazione di spazi alternativi che seguono in maniera naturale il naturale processo energetico dei corpi in movimento. In gran parte sono Samminiatesi usciti fuori dai loro percorsi obbligati di tutto l’anno. Samminiatesi estrapolati. Meravigliosi, dovrebbero vedersi.
Penso che sia inutile arrabbiarsi ancora per le cose che non vanno. Chi crede veramente che quello che pensa sia il meglio per tutti, fa la corsa in politica finché non mette il culo in quel posto dove si decide per tutti. Io non sono così, e dopo poco a guardare i caproni mi stanco, mi metto a sedere e applico quello in cui credo nel mio piccolo. Sono una formichina e so che ci sono tantissime formichine come me. A forza di scavare gallerie nel sottosuolo, prima o poi, cadono le montagne.
Un’estate a casa è lunga e faticosa. Cerco su internet un posto, un posto qualsiasi dove scappare una settimana. Non c’è niente, nulla, nessun aereo, nessun albergo, nessun bungalow, niente.
Immagino che il Grande Fratello (quello vero, non lo spauracchio di Mediaset) abbia manomesso la cartina di booking.com per far credere che sia così, che la crisi non esista, e che intanto gli albergatori stanno tutti a braccia incrociate ad aspettare prenotazioni che non arrivano.

Le bambine stanno giocando a bambolotti. La costanza che avevo io con i giochi, loro se la possono soltanto sognare.
O forse è soltanto perché io non ho il fascino di mia nonna e con tutto il caos che c’è qui intorno, come posso fare a trasmettergli l’amore vero e prolungato per qualcosa, che sia il gobbo di cuori, quello nero… o UNO qualsiasi?

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