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La cena di classe (a puntate) 1,2

1.

Immaginate che un uomo – per le donne – o una donna – per gli uomini – venga da voi e vi faccia una dichiarazione, fa lui salendo sul palcoscenico. Passeggia senza parlare, ascolta soddisfatto il silenzio che si è creato fra i suoi attori amatoriali alle prime armi.

Immaginate che si tratti di una situazione proibita. E che le cose dette a metà siano tante. E che tutto vada avanti da un po’.

Immaginate che lui, o lei, arrivi davanti a voi e vi dica: Anna, devo confessartelo, non ce la faccio più a tenermelo per me. Conosco perfettamente la tua, la nostra situazione ma, purtroppo o per fortuna mi sono innamorato di te.

Lo dice con enfasi guardando dritta negli occhi Eva. Non la chiama Eva di proposito. Almeno è quello che pensa Eva. E che pensano tutti gli altri.

Poi torna se stesso e chiede, che ne pensate?

Sforzato, risponde Eva.

Pazzesco, sei troppo bravo Nicola. Per un pelo non ci ho creduto sul serio, risponde Gemma.

Sempre sforzato, insiste Eva.

Bravo, niente da dire, risponde Giuseppe.

Puoi insegnarmi?, chiede Giulio, penso di averne proprio bisogno.

Tutti ridono. Eva no.

Nicola batte le mani, prende le distanze da tutti e con un balzo scende dal palco.

Ora tocca a voi. Mettetevi a coppie. Giulio vai con Eva e dimostrale che essere sforzati è necessario.

Giulio ha il faccione sudato. Il cambiamento da rosa a rosso è immediato. Si mette davanti ad Eva e non la guarda in faccia.

Intanto voi iniziate a provare, dice Nicola agli altri. Poi salta di nuovo sul palco e si avvicina alla coppia Eva-Giulio. Appoggia una mano sulla spalla di Giulio e fissa Eva.

Su, fissala.

Ma io…

Vuoi che pensi che non ne sei convinto?

No, è che io…

Giulio, se ti aiuta, posso guardare altrove, fa Eva con la solita candida acidità di spirito.

Giusto Eva, guarda me. Fa Nicola sorridendo appena.

Perciò Eva e Nicola diventano immobili come due belle statuine che si guardano. Giulio prova a farsi coraggio, suda sulla fronte, si asciuga con la manica della camicia e balbetta qualcosa: Eva… ehm, Anna, Anna, sì, meglio, Anna. Anna, io volevo… Anna io sono qui davanti a te perché volevo… Ecco mi, mi… mi piaci, mi piaci un sacco, ecco, così, ecco. Mi piaci. Lo sai. Lo hai capito, forse… mi…

Ok, stop un momento, Giulio, fa Nicola alzando la mano spalancata davanti alla bocca di Giulio. Non smette di fissare Eva.

Prova così: Anna, Anna non parlare per favore perché non riuscirò un’altra volta a trovare questo stesso coraggio. Sono mesi che cerco un modo, che cerco il tuo sguardo, una parola, un gesto che mi dia una speranza. Lo so, lo sento, che fra noi due c’è qualcosa. E so anche che non lo ammetteresti mai. Quindi non dire niente. Non aprire la tua bocca, non spostare i tuoi occhi dai miei. Ma se senti la stessa cosa che sento io, allora Anna, schiudi le tue labbra Anna. Schiudile per appoggiarle sulle mie.

Qualcuno batte le mani con eccitazione. È Gemma. Eva sbatte le palpebre ma non smette di sostenere lo sguardo di Nicola. Nicola si rilassa e guarda Giulio. Non ha mai tolto la mano dalla sua spalla.

Giulio sospira, scuote la testa. Non ce la faccio, dice arrendendosi.

D’accordo. Anna, rispondigli, dai.

Sono Eva, fa Eva.

No. Sei Anna. Quando scendi da questo palco, sei Eva.

Eva sospira. Come devo chiamarlo?

Chiamalo Nicola.

Eva ride alzando lo sguardo al soffitto, in un attimo si ricompone e fissa Giulio.

Vedi Nicola, io potrei restare qui con te. Vuoi andare a bere qualcosa? Andiamo a bere qualcosa. Potrei. Potrei anche sedermi vicino a te, fare finta che stiamo insieme, che stiamo bene. E sono sicura, Nicola, che starei bene. Starei bene davvero. Ma se lo facessi, io, io non potrei più guardarmi allo specchio. Mi farei schifo, talmente schifo che quello schifo si appiccicherebbe alla mia pelle, si allargherebbe come una macchia d’olio, come tempera liquida che cola su un foglio di carta. Quello schifo mi ricoprirebbe completamente e allora non sarei più soltanto io a vederlo. Ma lo vedresti anche tu. Ma prima di te lo vedrebbe mio marito e lo vedrebbero anche i miei figli. E allora non solo non ti piacerei più, ma ti pentiresti anche delle parole che mi hai appena detto, perché con quelle hai rotto per sempre il potenziale. E tutto deve rimanere un potenziale, Nicola. Solo il potenziale ha un senso nella vita. La bellezza del mondo è nel potenziale. Come il potenziale diventa reale… è tutto uno schifo, Nicola.

Quando Eva finisce di parlare, sposta lo sguardo da Giulio a Nicola. Giulio ricomincia a respirare. Nicola ha la faccia di chi non ha più voglia di ridere.

Ora devo andare, dice Eva abbassando la voce.

Perché ti preme così tanto questa storia del potenziale?

Devo andare, ho una cena.

Non è serio abbandonare in anticipo una lezione per una cavolo di cena. Mi sembrava di essere stato chiaro all’inizio del corso.

Non è una cena qualsiasi, mi dispiace, è la cena di classe delle superiori. Ora devo andare. Sono vent’anni che non ci vediamo e ho bisogno di tempo per restaurarmi.

Eva torna a ridere e poi se ne va scendendo dal palco.

2.

L’automobile corre veloce sulla superstrada. È un venerdì di settembre. Il sole è basso sull’orizzonte, in mezzo a nuvole rosse. Sono quasi le sette e la macchina è una Punto color senape. Un modello e un colore che non fabbricano dal millenovecentonovantaquattro.

Sulla piazzola spunta un tipo. A quella velocità pare un’ombra tutta nera. Silvia nota il pollice alzato all’ultimo secondo. Anzi, l’ultimo secondo utile per iniziare a frenare in sicurezza, è già passato da parecchi secondi. Sono secoli che non vede un pollice alzato che non sia quello stilizzato sull’interfaccia di uno stupidissimo social network. Prima di mettersi ad analizzare il motivo di quella scelta, pigia il piede sul freno e sterza rapidamente verso la piazzola, andandosi a fermare un metro prima del guardrail alla fine dello spiazzo.

Nello specchietto retrovisore osserva il tipo che, per lo spavento di essere messo sotto, si è appiccicato al guardrail laterale.

Inserisce la marcia indietro e accelera, lasciando che l’auto sculetti a destra e a sinistra. Si ferma accanto all’autostoppista. Si sporge verso il sedile del passeggero, toglie la sicura e gli fa segno di salire.

Lui, titubante, si avvicina. Apre lo sportello e si affaccia dentro. Ha una barba talmente folta e nera che, quando parla, sembra che non muova niente, perciò nella testa di Silvia lui diventa subito Rockfeller.

Salve, io… non… non so come spiegarlo, ma.

Se ti va bene l’ovest, sali. Altrimenti resta, dice secca Silvia.

Alcuni ciuffi di barba e di capelli sono appallottolati, più scuri degli altri. Il viso è sporco. Con sé ha un sacco di qualcosa, forse cenci o spazzatura.

Silvia si mette a sgassare guardando in avanti.

Alla fine lui sale. E Silvia dà gas mollando il freno all’improvviso. E scatta di nuovo sulla superstrada.

L’uomo indossa la cintura di sicurezza, con un’occhiata rapidissima esamina tutta l’auto e allunga una mano per presentarsi. Ma Silvia lo interrompe dopo la seconda parola.

Non dirmi niente, non parlare. Non voglio sapere nulla di te.

Gira la manopola dell’autoradio e alza il volume al massimo sopportabile. Dalle casse di bassa qualità esce fuori Psycho Killer dei Talking Heads.

Silvia pigia ancora di più sull’acceleratore, batte il tempo sullo sterzo, muove le spalle in maniera sensuale e ritmata.

L’uomo sorride dietro alla barba, chiude gli occhi. La sua testa inizia a muoversi impercettibilmente al ritmo della canzone.

La strada corre dritta. In fondo in fondo, da qualche parte il sole scompare e il cielo si fa scuro. Ma prima che sia proprio buio, Silvia aziona la freccia di destra ed esce in corrispondenza di un motel. Parcheggia davanti all’ingresso, spegne l’autoradio, sfila la chiave e scende. Dal portabagagli prende una borsa con cui chiunque potrebbe andare in palestra, chiude anche il portello del portabagagli e si avvia verso l’entrata. Quando si ferma, l’uomo non si è ancora mosso dal sedile dell’auto. Indossa ancora la cintura di sicurezza.

Silvia molla la borsa per terra e torna da lui. Apre lo sportello, si assicura che abbia gli occhi aperti e dice: Questa carrozza non riparte prima dell’alba. E se ho voglia di dormire, anche di più. A questo punto hai due scelte: o scendi e ti metti ad elemosinare un altro passaggio da qualcuno che si ferma a fare rifornimento, oppure, seconda, quella che qualunque uomo nelle tue condizioni sceglierebbe, scendi e condividi con me una camera. Non ti chiederò di dormire per terra o in bagno. E nemmeno di tenerti gli abiti. E non ti vieterò di allungare le mani. Basta che non mi meni. Quello non te lo perdonerei. Allora, che scelta fai?

L’uomo, che per tutto il discorso di Silvia non si è mosso e non ha tentato di dire nulla, fa un profondo mugugno e poi annuisce. Prende il suo sacco, si alza e scende.

E si avvia verso le pompe della benzina.

Silvia rimane in piedi da sola, incredula. Accanto alla Punto color senape.

Sbatte lo sportello con tutta la forza che ha e torna verso l’entrata del motel.

Si sistema in una camera squallida, è la numero diciannove. Un numero primo che rappresenta lei, la sua unicità. La sua solitudine.

Si è fatta una doccia, indossa una maglietta e un paio di mutande. Ha tolto quella coperta puzzolente dal letto e ha lasciato soltanto le lenzuola. Alla televisione non c’è niente. È mezzora che spippola e non ha ancora trovato nulla di decente. Sbuffa.

Qualcuno bussa. Silvia lascia il telecomando sul letto e a piedi scalzi si precipita vicino alla porta. Prova ad ascoltare. Il silenzio degli alberghi è spettrale.

Bussa di nuovo.

Chi è?

Ma non aspetta che di là rispondano. Spalanca la porta. C’è lui, dietro al suo barbone, con quel sacco nero ciondoloni.

Non si ferma nessuno a fare benzina, stasera?

Lui ride col naso. No, è che… mi sono reso conto di aver bisogno di una doccia.

Prego, fa Silvia ancora sostenuta, qui puoi servirti.

Sì, ma, continua lui, ho paura di non aver nulla di pulito da indossare, dopo.

Silvia ci pensa su, poi fa un passo all’interno.

Vorrà dire che ti offrirò un riparo per la notte, se lo vorrai accettare. E domattina potrai di nuovo indossare i tuoi panni sporchi, e salire sulla mia auto. Che tanto quella è già sudicia e vecchia, non la sconvolgerai.

Allora anche l’uomo fa un passo all’interno.

Credo che la tua proposta, messa così, abbia il diritto di essere rivalutata.

Silvia annuisce lentamente e fa un altro paio di passi all’indietro. Lui la segue e spinge la porta dietro di sé, perché si chiuda.

Lui alza il braccio libero e, per un secondo lei crede che la voglia schiaffeggiare. Così si scansa.

Ho qualcosa da mangiare, vieni, dice allontanandosi. Sale sul letto infilando la mando dentro a una maxi busta di patatine. Lui si avvicina piano, forse riflettendo sul tentativo di accarezzarla andato a vuoto. Sul terrore che ha visto negli occhi di Silvia.

Si siede sul letto.

Togliti le scarpe. Vieni su.

Preferisco fare un bagno, prima.

D’accordo, hai ragione, fatti un bagno, gli asciugamani ci sono.

Lui si alza di nuovo e, senza più guardarla, entra in bagno.

La doccia dura dieci minuti. Silvia evita di mangiare, perché le patatine devono dividersele. Continua a cercare un programma alla tv, ma non trova niente.

Quando lui esce dal bagno, con l’asciugamano appuntato sui fianchi e il petto ricoperto da peli neri come la barba, lei ha appena lanciato via il telecomando, innervosita.

Allora le si avvicina, raccoglie il telecomando e si mette sul letto accanto a lei. Preme un bottone che lei non aveva ancora premuto e sul televisore escono fuori delle interfacce. Le fa scorrere rapidamente e con maestria.

Amore, triller, horror o… sesso?, le domanda.

Silvia fa lavorare velocemente il cervello e alla fine risponde senza sapere perché: Amore.

Lui preme e inizia un film. Il titolo è “Proposta indecente”.

Bravo, hai trovato un film nuovo!

Se non fossi intervenuto, ti saresti annoiata tutta la notte.

Infila la sua mano nel sacco delle patatine e inizia a sgranocchiare. Silvia lo osserva, spenge la luce e si accomoda meglio sul cuscino.

Prende qualche patatina e dice: Mille e novecentonovantatre. È uscito l’anno che mi sono diplomata.

Esattamente, fa lui, senza che nessuno dei due approfondisca oltre.

Vuoi ancora che non ti dica nulla di me.

Sì.

Nemmeno come mi chiamo?

Lo so come ti chiami.

Davvero?

Rockfeller. Ti chiami Rockfeller. Questo è il nome che ti ho dato.

Davvero?, ride lui.

Davvero.

Allora Rockfeller prende una patatina dal sacchetto e l’avvicina alle labbra di Silvia. Lei si ferma a osservarlo e capisce che è arrivato il momento. Lascia che lui le infili le patatine in bocca, le sgranocchia lentamente finché non la bacia.

È incredibile, ma al di là di quella siepe incolta di barba ci sono delle labbra. E una lingua che si muove con maestria.

Le mani di Rockfeller sono morbide, le dita lunghe si insinuano leggere e garbate nelle pieghe del suo corpo. E quando l’asciugamano gli cade per terra, lei si rende conto di non volere altro che appiccicarsi a quel corpo sconosciuto.

La mattina dopo lui non c’è più.

Lei lo aspetta. Si attarda. Non dice a se stessa che lo sta aspettando. Si mente. Ma lo aspetta. E quando è passata un’ora, riparte da sola verso ovest.

 

3.

Terzo giorno, seconda media

classe

Terzo giorno, seconda media. La prof di arte è l’ultima della mattinata. È rimasta la stessa dall’anno scorso e, considerato anche che non è di San Coso, è un successo. Si è prodigata in dolci considerazioni sull’altezza dei ragazzi e delle ragazze, sui loro cambiamenti, sulla loro bella crescita. Molti di loro pensano (anche se probabilmente non capiscono che lo stanno pensando) che è bello avere qualcuno da ritrovare. Anche se non è un coetaneo.
Senza togliersi il sorriso dalle labbra, la prof annuncia che dovranno rifare le cartelline dei lavori, perché quelle dello scorso anno, che tutti avevano lasciato in classe sotto sua richiesta, beh, non ci sono più. Qualcuno, un’altra prof, sembra, le ha buttate via.
Tutto rimane avvolto dal mistero, come un libro giallo, uno di quelli che si leggono sulla spiaggia d’estate. La voce calma della prof, in effetti, pare ancora avvolta da quel manto di sonnolenza e dolce pensare a niente dell’estate. Non è poi così grave. I ragazzi rifaranno le cartelline.
Se quella prof lo scorso anno avesse trascorso più ore con loro (un numero di ore che può trascorrerci una maestra prevalente, tanto per dire) adesso, guardandoli nei loro banchi, noterebbe già qualcosa di fondamentale, rispetto a un anno fa. Il loro schieramento è una dichiarazione di intenti, una sottile manifestazione delle loro personalità in crescita. La scelta di un banco in ultima fila, di un compagno o di nessuno, di una maglietta o di quella matita sugli occhi, risultato di tanti pensieri e valutazioni, e discussioni con l’amica del cuore.
Chiara, silenziosa e riservata, detesta trovarsi al centro dell’attenzione, perciò è in prima fila. Accanto a lei c’è un’amica, Lilia. Non la frequenta da molto, ma è una di quelle persone che non ti mollano. E Chiara ha bisogno di persone così. Che le stiano addosso, che le riempiano quei buchi che la fanno sentire persa, indolente. Che la spronino ad andare più veloce, ché le cose si possono fare anche un po’ meno bene, che dobbiamo trovare il tempo anche per divertirsi.
«Ecco» bisbiglia Lilia. «Ora comincia con la lista dei morti»
La prof di arte sta dicendo che la classe ha perso alcuni insegnanti. Che alcuni sono cambiati, che altri sono stati sostituiti dai titolari e che altri ancora, purtroppo, non ci sono proprio. Non ancora. In fondo, siamo soltanto all’inizio dell’anno!
Dice, per esempio, che la prof di ginnastica è passata a San Coso basso e che verrà sostituita da un prof maschio.
«Sì, l’abbiamo già conosciuto» dice Lilia senza enfasi.
«E che ne pensate?» fa la prof.
«È bravo» dicono alcuni.
«Meglio dell’altra» dicono altre voci. Finché i commenti non si pendono in un mare di risolini e bisbigli. E nonostante la prof ne chieda ripetutamente il motivo, nessuno ha il coraggio di raccontare che Tizio ha saputo da Caio, a cui l’ha detto Sempronio, che l’altro Tizio è venuto a sapere, probabilmente da un secondo Caio, che il prof è già stato licenziato due volte da due scuole superiori perché, diciamo, mostrava un po’ troppo interesse verso i fondoschiena delle ragazze. Ma in fondo, se ci pensano meglio, se davvero fosse vero, nessun adulto avrebbe mai permesso che continuasse ad insegnare. Così la prof di arte continua a snocciolare la “lista dei morti”, come la definisce Lilia. E spiega che anche la loro insegnante prevalente, quella di Italiano dello scorso anno, è passata a San Coso basso.
I ragazzi esultano con un boato.
Allora la prof di arte mette un attimo da una parte la lista dei morti e domanda il motivo.
«Perché siete tutti così contenti? Non era brava?»
«Sì, è vero» ammette Silvia. «Alla mia mamma piaceva molto»
«Anche alla mia» si unisce Gabriele. «è l’unica che è riuscita a farmi studiare»
Tutti ridono.
«Diceva che ci avrebbe portato in terza!» obietta Giulia.
«A meno che non fosse costretta ad andare in pensione. Le mancava solo un anno…» dice Matteo.
«Diceva anche che eravamo la sua classe preferita» interviene Silvia. «E ora lo dice a quelli di San Coso basso»
Nella classe si fa silenzio. È solo per un attimo, ma succede. La prof non ne tiene conto e va avanti con la lista.
«E infine avrete una nuova prof di musica»
Chiara diventa rossa in viso. Lilia la guarda con una specie di giovane preoccupazione. Chiara spesso le sembra ancora una bambina priva di difese. E allora Lilia si sente ribollire il sangue e ha soltanto voglia di combattere per lei.
«Diglielo, forza, Chiara. Diglielo cosa ti ha fatto ieri la prof di musica. E pensare che il primo giorno avevi anche detto che ti piaceva!»
Chiara rimane immobile e sbatte i grandi occhi contornati da ciglia lunghissime.
«Chiara, se non glielo racconti te, glielo dico io»
Chiara si volta a guardare Lilia e con quei due occhi grandi da bambina la fulmina. Una lacrima spunta fuori e lei la lascia colare giù lungo la guancia.
«Non l’hai detto nemmeno alla tua mamma, vero?»
Chiara scuote la testa con lentezza. Se Lilia avesse avuto qualche anno in più, forse, avrebbe capito che per Chiara, essere stata trattata in maniera sgarbata e gratuita da una persona che non la conosce affatto, da un’insegnante, è come essere stata messa in mutande davanti alla classe intera. Una vergogna da non dire. Nemmeno alla sua mamma. Ma in qualche modo Lilia lo capisce e demorde. Fa spallucce e dice:
«Tanto musica fa schifo, no?»
Chiara la guarda con due occhi che brillano, le fa un sorriso complice e annuisce.
La lista dei morti della prof termina con il trillo della campanella.
Il boato che si leva nella classe spazza via il brutto ricordo del giorno prima, almeno per il momento.
Chiara, senza fretta, mette via le sue cose. Infila le penne nell’astuccio, chiude la cerniera, lo ripone, insieme al quaderno, nello zaino. Infine chiude anche lo zaino, si alza, indossa il giacchetto perché probabilmente sta piovendo, e si mette lo zaino sulle spalle. I suoi compagni sono già per le scale.
Lilia è poco più in là ad aspettarla, paziente. Quando Chiara è pronta si avviano insieme verso l’uscita.
«La tua mamma è sempre convinta?» domanda Lilia.
«Di cosa?»
«Che abbiamo bisogno di trovare un professore speciale… che ne basterebbe uno solo»
Chiara sorride. Arrossisce. Infila la mano in una tasca del giacchetto e tira fuori un foglietto rosso. Mentre scendono le scale lo apre e, senza dire nulla, legge per la centesima volta la scrittura “da gallina” della sua mamma:
“Prima o poi lo troverai. Ne basta uno. E poi tutto quanto cambierà. E sarà meraviglioso”
 
©Irene Campinoti — Il testo è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a luoghi, fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

Mimì e il mare

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Non la conosce nessuno. Non si lascia avvicinare. Cammina e basta. Sola.
Si chiama Zira, o Zara, oppure Nara. Esce dall’appartamento in quel vecchio residence di muro grigio. È deserto o quasi.
Si sofferma sulla soglia trascinando piano la porta verso le spalle. Dà ancora un’occhiata dentro: suo marito Denny distribuisce la pasta nei piatti delle bambine. Loro attorno al tavolo parlano e ridono. Lui le incita a mangiare.
Zira esce senza salutarli. Loro non si curano di lei. Rischia di scivolare sul pianerottolo annaffiato di sabbia. La brezza è forte e spruzza l’acqua del mare.
Scende le scale avvolta in un cappotto di lana bucato. I capelli sono serpenti che si divincolano in tutte le direzioni.
L’intenzione è quella di ogni giorno: arrivare al mare.
Salta senza abilità gli ultimi tre scalini che si sono sbriciolati. La luce si fa all’improvviso più forte. Il cielo è grigio e pesante. Il sole è da qualche parte in fondo al buio dei suoi pensieri. Se per caso facesse capolino, la riterrebbe unicamente una presa in giro del destino.
Cammina incerta, provando a mettere i piedi sui residui di mattonelle del vialetto. Erbacce spuntano a tratti in mezzo al grigio della sabbia.
Zira cammina strizzandosi il cappotto oltre il limite dei bottoni. Le è cresciuto addosso. Sta scomparendo.
Si arrampica su una duna. Respira con affanno, non ricorda quanto tempo è che non mangia. Raggiunge la sommità, si sofferma a riposarsi e ridiscende scivolando verso la radura sabbiosa che si estende per un centinaio di metri fra due alture rocciose ai lati. In fondo creano una specie di imbuto che introduce all’ultimo sentiero prima del mare.
Sparsi cespugli ritorti di mirto e lentisco e a ridosso delle rocce una foresta di ginestre dal colore spento. Lì la brezza cala e la temperatura si alza. Anche le gocce non arrivano, la sorvolano.
Immobile percorre mentalmente la strada per il mare. Cammina fino all’imbuto, attraversa il sentiero fra i pini nani, arriva sulla spiaggia. Evitando di farsi male nei tronchi lisciati dall’acqua, sul tappeto di alghe e soprattutto sulla spazzatura.
Le onde sono alte, una dietro l’altra. Il mare urla, è furioso. Si avvicina senza pensarci troppo. Bastano tre passi e giù, quello scalino nell’acqua, quello che ha visto d’estate, quando il mare era calmo, e giù, un’onda le passa sopra, un’altra la ingoia. È tutto finito.
Torna nel suo corpo ispido. È sola. Del mare sente il boato ma non lo vede. Non riesce a camminare oltre. Torna indietro. Prende la strada che pare seminata, a tratti, parallela al mare. È deserta, sconquassata. E lei si confonde con uno dei pali della luce. Storti, neri, inutili.
Il vento tira forte. Fa fatica a tenere i piedi piantati in terra.
Un muggito enorme, terrificante segue una ventata più forte.
Si ferma e guarda su, seguendo la parete scortecciata di una torre. A mezza altezza si interrompe, sembra tranciata dai denti di un drago gigante. E ciondola come un pendolo morente un’enorme elica a tre pale. E muggisce ancora, come gli ultimi lamenti di un torturato a morte.
«Prima o poi cadrà»
Zira si gira impaurita. Gli occhi sgranati.
«Prima o poi cadrà. E farà un gran botto. Ma non si fermerà là per terra. Rimbalzerà e inizierà a rotolare. E farà tremare tutto, come un terremoto. E a forza di rotolare e di rimbalzare alla fine si infilerà in mare. E provocherà un’onda anomala che sommergerà tutto, qui intorno»
Zira lo ascolta per tutto il discorso. E lo guarda. Ma appena finisce di parlare si volta e riparte. Lui le va dietro. Ha una giacca a vento grigia, un colbacco dal pelo lucido e un paio di jeans con i risvolti sopra a delle scarpe da basket. Ha le mani in tasca e la tiene d’occhio, anche se tenere gli occhi aperti non è facile.
«La prossima settimana torno e rimango qualche giorno»
Zira affretta il passo, si stringe il cappotto.
«Hai freddo? Ti porto una giacca a vento? La trovo senza difficoltà. Te la por…»
Zira si ferma e lo fulmina. Dopo qualche secondo riparte nella direzione opposta. L’uomo le va dietro.
«Ok, d’accordo. Però questa non puoi rifiutarla» Zira va più forte, ma non corre. L’uomo abbassa la zip della giacca e sfila una sciarpa di lana.
«Mimì! Aspetta… hai freddo. Lo vedo. Prendi questa. È per te»
E poi Mimì, lui la chiama Mimì, perché gli ricorda una vecchia canzone. Solo lui, però. Mimì non si ferma. Percorre il vialetto alternando una stanca corsetta al passo veloce. Mangia le scale, raggiunge la soglia del suo appartamento. Lui sale gli scalini tre alla volta. È alto, ha gambe lunghe e forti, e quando le si avvicina lui sembra un albero e lei una bambina che si dondola sull’altalena di corda. Le avvolge il collo con la sciarpa senza chiederle il permesso. Lei si appiccica con le spalle alla porta. Non lo guarda in volto. Ha le guance rosse e la pelle bianca. Su quella guancia lui passa il dorso dell’indice. Lei trema.
«Esci con me» Inaspettatamente lo guarda. Poi sposta lo sguardo per terra. Segue il disegno floreale di una mattonella.
Compare una donna che sembra poco più grande di lei. Capelli neri lisci. Occhi grandi sotto una zazzera perfettamente pari. Le si accosta all’orecchio. Mimì l’ascolta. Guarda di nuovo lui, adesso decisa e sostenuta.
«Se prendi me, prendi anche i miei fantasmi»
Gira la maniglia della porta, la schiude. Danny è vicino al tavolo che distribuisce il pasto alle bambine. Loro schiamazzano e ridono. Mimì guarda dentro, di nascosto. Loro non si curano di lei. Anche l’uomo guarda dentro, poi di nuovo lei. Le sorride triste.
«Scegli dove andare»
«Al The Proof» sussurra.
Ha abbassato la voce. Non vuol farsi sentire e forse prova anche un filo di imbarazzo. Lui resta sorpreso. Soprappensiero. Sbircia dentro. Poi si scioglie.
«Certo…» Mimì fugge in casa.
Lui blocca la porta che sta per chiudersi.
«Passo di qui fra un’ora… va bene?»
Mimì guarda l’amica dietro di sé. Lei annuisce.
«ok»

L’attimo appena prima

Ci interessa l’attimo appena prima.
Quel momento fatto di quiete e dinamite da esplodere.
Ci interessa quello lì, a noi tre che passiamo il tempo a guardare il mare da sessanta chilometri.
E chi ha dubbi che lo vediamo, se lo faccia raccontare.
Ho navigato verso sud su una nave che aveva soltanto la prua. E un parapetto ricamato a mattoni.
Le onde erano verdi. Di cento, mille verdi.
Ma navigavo, certo.
Bastava vedere il sole come si spostava rapido.
E l’attimo appena prima lo guardiamo stando seduti. Comodi.
Con il bicchiere in mano.
È quel momento che assomiglia a un secchio dell’immondizia.
Con tutta la robaccia pigiata pigiata fino all’orlo.
O come una valigia piena. Più piena di quello che può contenere.
Per quelli che partono e non riescono a lasciare nulla, nemmeno la parte peggio di sé.
Io sono nel mezzo, fra il signore delle macchie e la signora delle onde.
Io sono quella degli scarabocchi.
Ma è l’attimo appena prima, che ci interessa. Quando la linea contorta si interrompe.
L’attimo dopo è già rabbia. Oppure euforia. O si scioglie tutto sulla pagina fradicia.
Questo soltanto ci interessa.
Un attimo prima di piovere.
Un attimo prima di piangere.
Un attimo prima di gridare.
Un attimo prima di cadere.
Un attimo prima di svenire.
Un attimo prima di saltare.
Un attimo prima di girare la chiave.
Un attimo prima di aprire quella porta.
Un attimo prima di spalancare gli occhi.
Un attimo prima di appoggiare i piedi in terra.
Un attimo prima di infilare i piedi in mare.
Un attimo prima di tuffarsi.
Un attimo prima di pagare il conto.
Un attimo prima di non pagare il conto.
Un attimo prima di tirare quello schiaffo.
Un attimo prima di mandare affanculo.
Un attimo prima di dare quel bacio.
Un attimo prima di scordare quel bacio.
Un attimo prima che svanisca tutto.
Un attimo prima di addormentarsi.
Un attimo prima di smettere di sentire male.
Un attimo prima di capire.

Un attimo prima che piova.
Un attimo prima che pianga.
Un attimo prima che cada.
Un attimo appena prima…

…ma raccontami del mare.

Tre fratelli

C’erano una volta tre fratellini. Il primo era nato lentamente nel giorno di mezza estate. Faceva tutto con calma ed estrema precisione. Non aveva parlato finché non era stato sicuro di pronunciare ogni parola perfettamente. E quando disegnava lo faceva per ore, senza mai stancarsi, ripetendo centinaia di arzigogoli tutti uguali e tutti dello stesso colore.

Quando ebbe cinque anni, imparò a leggere e per gioco iniziò a dire le parole soltanto al contrario.

Il secondo era nato rapidamente, come un’esplosione. Aveva cominciato a parlare presto, ma spesso non conosceva le parole e allora riempiva le frasi con curiosi movimenti degli occhi, come se all’improvviso si mettesse a ricamare qualcosa per aria. Disegnava grandi città piene di case di tutte le forme e di tutti i colori e, talvolta, inventava storie a fumetti di una moderna famiglia di conigli.

Il terzo era nato in una settimana. Ogni giorno provava ad uscire, ma non era mai il giorno giusto. Quando finalmente nacque lo fece in un giorno figo, di quelli dove i numeri non te li scordi più. Ma in tutto questo tentennamento, si dimenticò di dotarsi di una vera lingua. Così quando iniziò a parlare, lo fece senza la erre.

Disegnava automobili, camion e pullman pieni di bambini. E per l’autista aveva coniato una parola nuova, guidante, che non era esattamente nuova, ma nessuno l’aveva mai usata come la usava lui.

Con la loro mamma facevano lunghe chiacchierate, ma spesso pareva che ognuno parlasse di un argomento diverso, e alla fine finivano a litigare. Così un giorno la mamma decise che avrebbero parlato tutti per un anno al contrario, un anno soltanto con gli occhi e un anno senza usare la erre.

Alla fine del terzo anno, il più piccolo ritrovò la erre, aiutò il secondo a imparare le parole mancanti e insieme promisero al primo di fare spesso il gioco delle parole al rovescio, se d’ora in avanti, almeno per le conversazioni normali, avesse utilizzato soltanto le parole da diritto.

Capita anche ora che i tre fratellini litighino. Ma adesso che hanno provato ognuno la lingua dell’altro, alla fine succede sempre una cosa speciale: si capiscono e fanno la pace.

Anziani che spazzano

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. In silenzio, lentamente, meticolosamente spazza. Tutto il giorno. Senza fretta, alla velocità che gli compete. Tanto lui (o lei) di corse ne ha già fatte tante nella vita. E ha scalato un mare di montagne, tanto che ora le corse non gli interessano più.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. No che spazzare sia cosa da poco. O che sia un gesto umile o poco edificante. Provate a lavorare in una bottega sporca, con gli scarti in mezzo ai piedi e la polvere che si alza e si posa ovunque. Spazzare è cosa necessaria per lavorare bene. E l’anziano lo sa. E sa anche che il giovane deve dedicarsi alla creazione, alla libertà, alla produzione. Quindi se c’è un anziano che spazza, lentamente, senza fretta, senza che nessuno lo chieda, il suo gesto sarà uno dei più dignitosi di tutta la bottega.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. E quando non spazza se ne sta acciambellato su una vecchia seggiola. Come un gatto che dorme. A guardare con occhi vispi quelli che entrano. O a riempire l’aria di gesti antichi come fare la maglia.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. Sta lì come il bastone dell’equilibrista sul filo, a compensare gli slanci eccessivi dei giovani, le arrabbiature, le paure, le voglie e le cadute. Talvolta regala una carezza ai più piccoli. E quando è l’ora, ripone la scopa, dà la buonanotte a tutti e, in silenzio, scompare.

Cinque personaggi senza una storia

CHIARA DUERIGHE

Gentile Chiara, ci dispiace ma la tua opera non compare fra i migliori 10 del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro. Ti aspettiamo all’edizione 2016. Intanto puoi dare un’occhiata alle opere finaliste!

-Sì, certo, col cazzo!

-Gentile Chiara, scimmiotta. Clicca sul cestino e l’email scompare.

-Fanculo a te. Fanculo a voi.

-Fanculo anche quest’anno.

Si appoggia allo schienale della sedia e sbuffa.

Osserva intorno muovendo solo gli occhi e intanto pensa ancora che la sua storia sia bellissima. Che probabilmente è ancora molto chiusa nel suo cervello e il suo cervello non è abbastanza bravo da indirizzare le giuste parole alle mani. Oppure lungo la via trovano qualche ostacolo. Deve essere un problema di comunicazione interna, ecco di cosa si tratta.

Riapre il browser, si collega al sito del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro e con pochi clik si iscrive all’edizione 2016.

-Se non ce la faccio questa volta, smetto di scrivere per sempre. Giuro.

 

COLOMBO RASPINI

Il figlio di Colombo aveva tre anni appena, ma era affamato di lingua italiana nemmeno ne avesse avuti venticinque e una passione viscerale per la materia. Qualsiasi oggetto attirava la sua attenzione e pretendeva di saperne il nome.

-Come si chiama questo, babbo?

-Tavolo

-Come si chiama questo, babbo?

-Specchio

-Come si chiama questo, babbo?

-Naso. Il naso di babbo

Colombo rispondeva a ogni domanda, perché la moglie Aurora, prima di andarsene al di là dell’oceano alla ricerca di se stessa, si era raccomandata di rispondere, che ai bambini si danno sempre e comunque delle risposte, che questa è l’età in cui assimilano più informazioni. E poi da grandi diventano dei geni.

E così lui rispondeva ad ogni domanda. Ma finché si trattava di dirgli il nome di un oggetto, o di una parte del corpo, d’accordo. Ma c’erano sempre anche quelle domande. Quelle a cui non trovava risposta nemmeno lui che era grande:

-Mamma quando torna? Perché è andata via?

No, suo figlio non sarebbe mai diventato un genio.

E poi c’erano quei momenti strani, sempre più frequenti ultimamente, in cui la risposta non arrivava nemmeno se si trattava di dare il nome agli oggetti.

-Come si chiama questo, babbo?, chiese il piccolo Edoardo indicando il corrimano delle scale.

E Colombo si fermò con il bimbetto in braccio. Guardò il corrimano, lo toccò, ma nella sua testa sentì silenzio e vide una palla trasparente e vuota che si allargava, che azzerava ogni rumore e ogni figura.

-Eppure, fece a voce alta, so che è una parola così semplice. Domani Edo, domani babbo te lo dice.

 

ALMA NERI

Lo smartphone sul tavolo cinguettò. Sul display comparve un nuovo messaggio da Alman:

“Sono una stronza”

Non passarono nemmeno tre secondi che il cinguettio si ripeté:

“Fino a ieri mi giravano le palle perché dovevo gettare tutti i miei meravigliosi reggiseni con il ferretto”

“Che invenzione il ferretto”

“Pensavo di averne abusato”

“E invece quei maledetti dolori… sono fottuta Ari, sono marcia. Mica i reggiseni devo buttare. Butteranno i miei seni, merda!”

L’ultimo cinguettio era arrivato con un certo ritardo rispetto agli altri.

Ma comunque nessuno dei cinque segnali acustici venne sentito dalla proprietaria del telefono.

 

ARIANNA SENZAMORE

Nel piccolo appartamento al terzo piano c’era sangue dappertutto. Le finestre spalancate portavano dentro voci allegre di un mattino di primavera, nel centro del paese, in pieno mercato.

Il sangue era scuro. C’era una macchia delle dimensioni di un cocomero sul divano. E il water assomigliava a un’opera d’arte, così schizzato di porpora, a tratti più scura, come se ci avessero sgozzato un agnellino.

Arianna era in mezzo al mercato quando due massaie la videro andar giù, sudata che la pelle le brillava, con quel pancione così basso che sembrava lo stesse trasportando con la sola forza delle braccia. Così tese. Che se non fosse caduta lei, sarebbe caduto lui per terra, ne erano sicure quelle due massaie, ancora prima di guardarla andare giù. Lo sapevano, loro, che quella era una cercaguai.

Ma l’ambulanza fece presto ad arrivare. E anche il bambino.

Il suo ragazzo no, invece. Non arrivò mai.

Preferì non vedere il piccolo.

-è per il tuo bene, Ari… se poi mi affeziono? Se poi mi viene voglia di farlo crescere dai miei…?

 

VASCO ROSSI

Vasco Rossi cantava voglio una vita spericolata camminando per strada in mezzo alla gente. E nessuno gli diceva nulla. Nessuno se ne stupiva, se non i turisti e i forestieri. Che magari erano arrivati fin lì, in quel paesino in collina, in mezzo a un deserto di campi mandati in malora e steppe e pecore a brucare, magari erano arrivati fin lì, lasciando il mare per mezza giornata, soltanto perché qualcuno aveva detto loro:

-Lo conoscete Vasco Rossi? Lo avete mai visto di persona? Andate, andate che ne vale la pena.

Vasco Rossi, quello, aveva vent’anni, a detta di molti. Nell’aspetto era un mix fra James Dean di Gioventù bruciata, con i capelli ingelatinati e le t-shrt bianche, e le movenze del suo omonimo più famoso. Camminava per strada interpretandolo in uno dei suoi videoclip, che non era difficile se già ti sentivi Vasco Rossi, perché Vasco nei videoclip fa sempre se stesso (questo lo pensava Vasco Rossi. Quale dei due non è importante).

Le canzoni le cantava da dio, ma riguardo al video, beh per quello era tutta una questione di fiducia. O di fede in lui, perché era tutto nel suo cervello. Che era piccolo piccolo, a detta di molti, ma se pensate a quanto è vasta la discografia di Vasco, allora forse tanto piccolo piccolo il suo cervello non era.

Quando in mezzo alla folla del mercato del venerdì vide quella donna accasciarsi come una pera cotta (la vide da dietro) fece una cosa che non aveva mai fatto in vita sua. Interruppe le riprese del video, staccò la musica, azzerò la voce e corse da lei.

E non si allontanò nemmeno quando arrivarono i volontari della misericordia. E nemmeno sull’ambulanza, quando quella donna (bella, brutta, giovane o anziana, non l’aveva ancora vista bene in faccia) si mise a urlare, e si sforzava come a volte a lui era capitato per andare di intestino tipo quando aveva mangiato solo pane e patate per una settimana. E una parte di lui avrebbe voluto gridare ai paramedici di darle almeno una padella, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe potuto andare, per dio. Che il tempo di prenderlo e analizzarlo ce l’avrebbero avuto. Che la lasciassero un po’ in pace almeno in questi momenti intimi. O che se stava davvero male come pareva a lui, che facessero qualcosa, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe andato quello che usciva. Per dio.

Ma non disse nulla.

Una mano gli faceva un male cane, perché lei la strizzava. Ma non voleva fargli male. Lo sapeva lui. È che ci sono momenti nella vita in cui c’è bisogno di strizzare una mano. E momenti in cui devi essere pronto a fartela strizzare, per dio. Questo glielo diceva sempre nonna. Lei sì che una vita spericolata ce l’aveva avuta. Lei aveva fatto la guerra.

Poi lei smise di stringere e si buttò all’indietro.

Aveva la faccia tutta rossa, gli occhi iniettati di sangue. Ma sorrideva. Ed era la donna più bella che avesse mai visto. Dopo sua nonna nelle foto da ragazza, naturalmente.

E quello che sentì subito dopo, quel pianto piccolo piccolo, quel frignare timido e insistente, pensò che fosse la canzone più bella che fosse mai stata scritta.

Doveva farglielo sapere al Blasco. Altro che vita spericolata!

Visita alla casa d’aria

casa daria

-Permesso… Signore? …Maestro?
C’è qualcuno?
Lui viene avanti sulla sedia a rotelle
-Non si chiede permesso quando una casa è una via di passaggio
-No è che, buongiorno, sono pur sempre in casa sua
-Dài un’occhiata, seguimi
In un gesto gira la sedia di centottanta gradi. I capelli bianchi, appena appena ingrigiti, sulle spalle si intrecciano. Sottili.
La ragazza lo segue.
-È grandissima questa stanza, esclama.
È in comunicazione diretta con l’esterno, manca una parete, totalmente, ma è buia, piena di legno scuro e cotto per terra, vecchio, sporco, di quello sporco che non va via più e quindi non si può chiamare nemmeno più sporco, ma tempo, storia.
-Non pensavo che ci fosse una casa qui. Ho sempre visto un chiostro. E stamani invece ci ho trovato una casa
-La mia casa è sempre stata qui. In questo cubo d’aria fra quattro pareti di storia
Ride da sé. Come se avesse fatto una battuta che capisce solo lui.
-Come si chiama, signorina?
-Adele
-Adele fa rima con miele. Lei è dolce?
Adele accarezza un tavolo rotondo, di legno di noce, massello, liscio. Pieno di buchi, un tempo casa di tarme.
-Non lo so. Dipende
Spinge le ruote con le mani, lei riprende a camminargli dietro, la stanza sembra che giri, e compare una nuova apertura nella parete di fronte. Non c’è niente che sta girando. Soltanto le ruote
Lui si ferma e ruota di novanta gradi. Resta a mostrarle il profilo per qualche attimo. E poi la guarda, la sorprende mentre con un dito in bocca guarda in alto, il soffitto.
-Quella è una tortora?, esclama togliendosi l’indice dalla bocca e puntandolo in su.
Lui fa scattare gli occhi (solo gli occhi) verso l’alto. E poi li riporta nella stessa esatta posizione, senza cambiare niente di se stesso, se non il discorso che stava per fare
-Qualcuna fa il nido fra questi travicelli. Ma torniamo a lei. A te. Da cosa dipende la tua dolcezza, Adele?
-È sicuro che sia normale? Che una tortora viva così
-Seguimi ragazzina
Ruota la sedia verso la direzione in cui si stavano muovendo e l’altra stanza si mostra quasi per intero, finché non ci entrano.
Il contrasto è fortissimo. Bianco. Tutto è bianco. È un’altra stanza enorme, gigante, chiara, di vimini e legno per terra, di gabbie piene di fiori e cancelli aperti, scale che si interrompono e canarini gialli che volano. E una farfalla. Signora di leggerezza. Nuota nell’aria come se fosse l’unica padrona di quello spazio.
E in fondo si apre una parete di luce. Senza panorama o orizzonte. Luce, un bianco ancora più bianco. Come un buco nella realtà.
Lui dà le spalle alla luce, le mani appoggiate sulle ruote. La osserva invadente senza imbarazzo.
-Perché indossi un vestito con le gale? Stavi andando ad una festa?
-Le dispiace se prendo un lecca lecca? Quando li vedo non so resistere. Specialmente questi con la decorazione a spirale. Sono troppo belli
-Fai pure, ma non li mordere
-Per quale motivo? A cosa mi servono se non posso morderli?
-Sono di terracotta. Tutto in casa mia è di terracotta. Forse anche io lo sono
Ride.
-Oh. Che strana terracotta. Ma non è strano che questa farfalla stia qui?
-Adele. La tua dolcezza è fatta tutta di ingenuità. Sarà genuina?
Adele sceglie accuratamente un lecca lecca di terracotta in un cestino dove ce ne sono a decine, di forme e colori e dimensioni diverse
-Vuoi vedere come nasce la mia terracotta?
-Certo. Sono qui apposta.
-Già, non ti ho chiesto come mai
-Come mai non si sentono i frastuoni della chiesa? È soltanto qui accanto. Come fa a vivere qui, così vicino?
-Non si sente niente. Vai a vedere. Vai tu che puoi. Io con la mia sedia non arriverei mai.
Adele esce dalla stanza bianca, attraversa la stanza scura e si ritrova nella parte del chiostro più vicina alla strada. Va verso destra, verso la chiesa, e imbocca un tunnel con il pavimento in salita (che presto diventa terra) e con il soffitto a volta che sarà alto quindici metri. Il tunnel è costruito con mattoni vecchi, uno diverso dall’altro, forse fatti a mano, forse fatti proprio da lui. E lo percorre, finché non giunge ad una specie di curva, una piega apparentemente casuale, ma ben congegnata. Il segreto del silenzio è tutto lì. Una volta superata la curva si sentono forti le voci, le campane, i cinguettii. E alla fine di un altro tratto di tunnel, sempre in salita, si intravede la campagna, il culmine della collina e la chiesa di San Domenico.
La chiesa sorge direttamente dall’erba. E dietro lingue colorate di cielo, fra il giallo e l’azzurro, creano una cartolina.
-Ho capito tutto, fa Adele entusiasta quando torna da lui. -Ora possiamo andare dalla creta?

La casa di Mario

Mario parlava male l’italiano, però aveva una casa. Non una casa come la intendiamo noi. Noi che stiamo bene, tutto sommato. Noi che una casa la intendiamo fatta di muri e stanze, e mobili con le cose.
Mario aveva un’Ape, quella era casa sua, da sempre, da quando era arrivato qui e tutti l’avevano preso in simpatia. Perché anche se parlava poco, si faceva capire faticando. E allora avevano cominciato a chiamarlo Mario, forse perché il suo nome vero sarebbe stato troppo difficile da pronunciare, o forse perché chiamarlo con quel nome così strano, avrebbe sbiadito un po’ di quella simpatia.
Un giorno, però, il vento iniziò a soffiare forte. E lui un vento così non l’aveva mai sentito, ma aveva sentito tante volte i vecchi, laggiù nel suo paese, raccontare che la ferocia del tempo non è che il modo con cui dio prova a dire qualcosa di importante agli uomini.
Lui lo sapeva già, quel messaggio lo sentiva ogni giorno…

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