Cerca

UnaGrafica

Grafica Scrittura Illustrazione

Categoria

Storie

Anziani che spazzano

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. In silenzio, lentamente, meticolosamente spazza. Tutto il giorno. Senza fretta, alla velocità che gli compete. Tanto lui (o lei) di corse ne ha già fatte tante nella vita. E ha scalato un mare di montagne, tanto che ora le corse non gli interessano più.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. No che spazzare sia cosa da poco. O che sia un gesto umile o poco edificante. Provate a lavorare in una bottega sporca, con gli scarti in mezzo ai piedi e la polvere che si alza e si posa ovunque. Spazzare è cosa necessaria per lavorare bene. E l’anziano lo sa. E sa anche che il giovane deve dedicarsi alla creazione, alla libertà, alla produzione. Quindi se c’è un anziano che spazza, lentamente, senza fretta, senza che nessuno lo chieda, il suo gesto sarà uno dei più dignitosi di tutta la bottega.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. E quando non spazza se ne sta acciambellato su una vecchia seggiola. Come un gatto che dorme. A guardare con occhi vispi quelli che entrano. O a riempire l’aria di gesti antichi come fare la maglia.

In ogni vecchia bottega c’è un anziano che spazza. Sta lì come il bastone dell’equilibrista sul filo, a compensare gli slanci eccessivi dei giovani, le arrabbiature, le paure, le voglie e le cadute. Talvolta regala una carezza ai più piccoli. E quando è l’ora, ripone la scopa, dà la buonanotte a tutti e, in silenzio, scompare.

Cinque personaggi senza una storia

CHIARA DUERIGHE

Gentile Chiara, ci dispiace ma la tua opera non compare fra i migliori 10 del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro. Ti aspettiamo all’edizione 2016. Intanto puoi dare un’occhiata alle opere finaliste!

-Sì, certo, col cazzo!

-Gentile Chiara, scimmiotta. Clicca sul cestino e l’email scompare.

-Fanculo a te. Fanculo a voi.

-Fanculo anche quest’anno.

Si appoggia allo schienale della sedia e sbuffa.

Osserva intorno muovendo solo gli occhi e intanto pensa ancora che la sua storia sia bellissima. Che probabilmente è ancora molto chiusa nel suo cervello e il suo cervello non è abbastanza bravo da indirizzare le giuste parole alle mani. Oppure lungo la via trovano qualche ostacolo. Deve essere un problema di comunicazione interna, ecco di cosa si tratta.

Riapre il browser, si collega al sito del Premio Nazionale Gli amici di Alessandro e con pochi clik si iscrive all’edizione 2016.

-Se non ce la faccio questa volta, smetto di scrivere per sempre. Giuro.

 

COLOMBO RASPINI

Il figlio di Colombo aveva tre anni appena, ma era affamato di lingua italiana nemmeno ne avesse avuti venticinque e una passione viscerale per la materia. Qualsiasi oggetto attirava la sua attenzione e pretendeva di saperne il nome.

-Come si chiama questo, babbo?

-Tavolo

-Come si chiama questo, babbo?

-Specchio

-Come si chiama questo, babbo?

-Naso. Il naso di babbo

Colombo rispondeva a ogni domanda, perché la moglie Aurora, prima di andarsene al di là dell’oceano alla ricerca di se stessa, si era raccomandata di rispondere, che ai bambini si danno sempre e comunque delle risposte, che questa è l’età in cui assimilano più informazioni. E poi da grandi diventano dei geni.

E così lui rispondeva ad ogni domanda. Ma finché si trattava di dirgli il nome di un oggetto, o di una parte del corpo, d’accordo. Ma c’erano sempre anche quelle domande. Quelle a cui non trovava risposta nemmeno lui che era grande:

-Mamma quando torna? Perché è andata via?

No, suo figlio non sarebbe mai diventato un genio.

E poi c’erano quei momenti strani, sempre più frequenti ultimamente, in cui la risposta non arrivava nemmeno se si trattava di dare il nome agli oggetti.

-Come si chiama questo, babbo?, chiese il piccolo Edoardo indicando il corrimano delle scale.

E Colombo si fermò con il bimbetto in braccio. Guardò il corrimano, lo toccò, ma nella sua testa sentì silenzio e vide una palla trasparente e vuota che si allargava, che azzerava ogni rumore e ogni figura.

-Eppure, fece a voce alta, so che è una parola così semplice. Domani Edo, domani babbo te lo dice.

 

ALMA NERI

Lo smartphone sul tavolo cinguettò. Sul display comparve un nuovo messaggio da Alman:

“Sono una stronza”

Non passarono nemmeno tre secondi che il cinguettio si ripeté:

“Fino a ieri mi giravano le palle perché dovevo gettare tutti i miei meravigliosi reggiseni con il ferretto”

“Che invenzione il ferretto”

“Pensavo di averne abusato”

“E invece quei maledetti dolori… sono fottuta Ari, sono marcia. Mica i reggiseni devo buttare. Butteranno i miei seni, merda!”

L’ultimo cinguettio era arrivato con un certo ritardo rispetto agli altri.

Ma comunque nessuno dei cinque segnali acustici venne sentito dalla proprietaria del telefono.

 

ARIANNA SENZAMORE

Nel piccolo appartamento al terzo piano c’era sangue dappertutto. Le finestre spalancate portavano dentro voci allegre di un mattino di primavera, nel centro del paese, in pieno mercato.

Il sangue era scuro. C’era una macchia delle dimensioni di un cocomero sul divano. E il water assomigliava a un’opera d’arte, così schizzato di porpora, a tratti più scura, come se ci avessero sgozzato un agnellino.

Arianna era in mezzo al mercato quando due massaie la videro andar giù, sudata che la pelle le brillava, con quel pancione così basso che sembrava lo stesse trasportando con la sola forza delle braccia. Così tese. Che se non fosse caduta lei, sarebbe caduto lui per terra, ne erano sicure quelle due massaie, ancora prima di guardarla andare giù. Lo sapevano, loro, che quella era una cercaguai.

Ma l’ambulanza fece presto ad arrivare. E anche il bambino.

Il suo ragazzo no, invece. Non arrivò mai.

Preferì non vedere il piccolo.

-è per il tuo bene, Ari… se poi mi affeziono? Se poi mi viene voglia di farlo crescere dai miei…?

 

VASCO ROSSI

Vasco Rossi cantava voglio una vita spericolata camminando per strada in mezzo alla gente. E nessuno gli diceva nulla. Nessuno se ne stupiva, se non i turisti e i forestieri. Che magari erano arrivati fin lì, in quel paesino in collina, in mezzo a un deserto di campi mandati in malora e steppe e pecore a brucare, magari erano arrivati fin lì, lasciando il mare per mezza giornata, soltanto perché qualcuno aveva detto loro:

-Lo conoscete Vasco Rossi? Lo avete mai visto di persona? Andate, andate che ne vale la pena.

Vasco Rossi, quello, aveva vent’anni, a detta di molti. Nell’aspetto era un mix fra James Dean di Gioventù bruciata, con i capelli ingelatinati e le t-shrt bianche, e le movenze del suo omonimo più famoso. Camminava per strada interpretandolo in uno dei suoi videoclip, che non era difficile se già ti sentivi Vasco Rossi, perché Vasco nei videoclip fa sempre se stesso (questo lo pensava Vasco Rossi. Quale dei due non è importante).

Le canzoni le cantava da dio, ma riguardo al video, beh per quello era tutta una questione di fiducia. O di fede in lui, perché era tutto nel suo cervello. Che era piccolo piccolo, a detta di molti, ma se pensate a quanto è vasta la discografia di Vasco, allora forse tanto piccolo piccolo il suo cervello non era.

Quando in mezzo alla folla del mercato del venerdì vide quella donna accasciarsi come una pera cotta (la vide da dietro) fece una cosa che non aveva mai fatto in vita sua. Interruppe le riprese del video, staccò la musica, azzerò la voce e corse da lei.

E non si allontanò nemmeno quando arrivarono i volontari della misericordia. E nemmeno sull’ambulanza, quando quella donna (bella, brutta, giovane o anziana, non l’aveva ancora vista bene in faccia) si mise a urlare, e si sforzava come a volte a lui era capitato per andare di intestino tipo quando aveva mangiato solo pane e patate per una settimana. E una parte di lui avrebbe voluto gridare ai paramedici di darle almeno una padella, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe potuto andare, per dio. Che il tempo di prenderlo e analizzarlo ce l’avrebbero avuto. Che la lasciassero un po’ in pace almeno in questi momenti intimi. O che se stava davvero male come pareva a lui, che facessero qualcosa, invece di stare tutti lì intorno a vedere che cosa sarebbe uscito. Che comunque tanto lontano non sarebbe andato quello che usciva. Per dio.

Ma non disse nulla.

Una mano gli faceva un male cane, perché lei la strizzava. Ma non voleva fargli male. Lo sapeva lui. È che ci sono momenti nella vita in cui c’è bisogno di strizzare una mano. E momenti in cui devi essere pronto a fartela strizzare, per dio. Questo glielo diceva sempre nonna. Lei sì che una vita spericolata ce l’aveva avuta. Lei aveva fatto la guerra.

Poi lei smise di stringere e si buttò all’indietro.

Aveva la faccia tutta rossa, gli occhi iniettati di sangue. Ma sorrideva. Ed era la donna più bella che avesse mai visto. Dopo sua nonna nelle foto da ragazza, naturalmente.

E quello che sentì subito dopo, quel pianto piccolo piccolo, quel frignare timido e insistente, pensò che fosse la canzone più bella che fosse mai stata scritta.

Doveva farglielo sapere al Blasco. Altro che vita spericolata!

Visita alla casa d’aria

casa daria

-Permesso… Signore? …Maestro?
C’è qualcuno?
Lui viene avanti sulla sedia a rotelle
-Non si chiede permesso quando una casa è una via di passaggio
-No è che, buongiorno, sono pur sempre in casa sua
-Dài un’occhiata, seguimi
In un gesto gira la sedia di centottanta gradi. I capelli bianchi, appena appena ingrigiti, sulle spalle si intrecciano. Sottili.
La ragazza lo segue.
-È grandissima questa stanza, esclama.
È in comunicazione diretta con l’esterno, manca una parete, totalmente, ma è buia, piena di legno scuro e cotto per terra, vecchio, sporco, di quello sporco che non va via più e quindi non si può chiamare nemmeno più sporco, ma tempo, storia.
-Non pensavo che ci fosse una casa qui. Ho sempre visto un chiostro. E stamani invece ci ho trovato una casa
-La mia casa è sempre stata qui. In questo cubo d’aria fra quattro pareti di storia
Ride da sé. Come se avesse fatto una battuta che capisce solo lui.
-Come si chiama, signorina?
-Adele
-Adele fa rima con miele. Lei è dolce?
Adele accarezza un tavolo rotondo, di legno di noce, massello, liscio. Pieno di buchi, un tempo casa di tarme.
-Non lo so. Dipende
Spinge le ruote con le mani, lei riprende a camminargli dietro, la stanza sembra che giri, e compare una nuova apertura nella parete di fronte. Non c’è niente che sta girando. Soltanto le ruote
Lui si ferma e ruota di novanta gradi. Resta a mostrarle il profilo per qualche attimo. E poi la guarda, la sorprende mentre con un dito in bocca guarda in alto, il soffitto.
-Quella è una tortora?, esclama togliendosi l’indice dalla bocca e puntandolo in su.
Lui fa scattare gli occhi (solo gli occhi) verso l’alto. E poi li riporta nella stessa esatta posizione, senza cambiare niente di se stesso, se non il discorso che stava per fare
-Qualcuna fa il nido fra questi travicelli. Ma torniamo a lei. A te. Da cosa dipende la tua dolcezza, Adele?
-È sicuro che sia normale? Che una tortora viva così
-Seguimi ragazzina
Ruota la sedia verso la direzione in cui si stavano muovendo e l’altra stanza si mostra quasi per intero, finché non ci entrano.
Il contrasto è fortissimo. Bianco. Tutto è bianco. È un’altra stanza enorme, gigante, chiara, di vimini e legno per terra, di gabbie piene di fiori e cancelli aperti, scale che si interrompono e canarini gialli che volano. E una farfalla. Signora di leggerezza. Nuota nell’aria come se fosse l’unica padrona di quello spazio.
E in fondo si apre una parete di luce. Senza panorama o orizzonte. Luce, un bianco ancora più bianco. Come un buco nella realtà.
Lui dà le spalle alla luce, le mani appoggiate sulle ruote. La osserva invadente senza imbarazzo.
-Perché indossi un vestito con le gale? Stavi andando ad una festa?
-Le dispiace se prendo un lecca lecca? Quando li vedo non so resistere. Specialmente questi con la decorazione a spirale. Sono troppo belli
-Fai pure, ma non li mordere
-Per quale motivo? A cosa mi servono se non posso morderli?
-Sono di terracotta. Tutto in casa mia è di terracotta. Forse anche io lo sono
Ride.
-Oh. Che strana terracotta. Ma non è strano che questa farfalla stia qui?
-Adele. La tua dolcezza è fatta tutta di ingenuità. Sarà genuina?
Adele sceglie accuratamente un lecca lecca di terracotta in un cestino dove ce ne sono a decine, di forme e colori e dimensioni diverse
-Vuoi vedere come nasce la mia terracotta?
-Certo. Sono qui apposta.
-Già, non ti ho chiesto come mai
-Come mai non si sentono i frastuoni della chiesa? È soltanto qui accanto. Come fa a vivere qui, così vicino?
-Non si sente niente. Vai a vedere. Vai tu che puoi. Io con la mia sedia non arriverei mai.
Adele esce dalla stanza bianca, attraversa la stanza scura e si ritrova nella parte del chiostro più vicina alla strada. Va verso destra, verso la chiesa, e imbocca un tunnel con il pavimento in salita (che presto diventa terra) e con il soffitto a volta che sarà alto quindici metri. Il tunnel è costruito con mattoni vecchi, uno diverso dall’altro, forse fatti a mano, forse fatti proprio da lui. E lo percorre, finché non giunge ad una specie di curva, una piega apparentemente casuale, ma ben congegnata. Il segreto del silenzio è tutto lì. Una volta superata la curva si sentono forti le voci, le campane, i cinguettii. E alla fine di un altro tratto di tunnel, sempre in salita, si intravede la campagna, il culmine della collina e la chiesa di San Domenico.
La chiesa sorge direttamente dall’erba. E dietro lingue colorate di cielo, fra il giallo e l’azzurro, creano una cartolina.
-Ho capito tutto, fa Adele entusiasta quando torna da lui. -Ora possiamo andare dalla creta?

La casa di Mario

Mario parlava male l’italiano, però aveva una casa. Non una casa come la intendiamo noi. Noi che stiamo bene, tutto sommato. Noi che una casa la intendiamo fatta di muri e stanze, e mobili con le cose.
Mario aveva un’Ape, quella era casa sua, da sempre, da quando era arrivato qui e tutti l’avevano preso in simpatia. Perché anche se parlava poco, si faceva capire faticando. E allora avevano cominciato a chiamarlo Mario, forse perché il suo nome vero sarebbe stato troppo difficile da pronunciare, o forse perché chiamarlo con quel nome così strano, avrebbe sbiadito un po’ di quella simpatia.
Un giorno, però, il vento iniziò a soffiare forte. E lui un vento così non l’aveva mai sentito, ma aveva sentito tante volte i vecchi, laggiù nel suo paese, raccontare che la ferocia del tempo non è che il modo con cui dio prova a dire qualcosa di importante agli uomini.
Lui lo sapeva già, quel messaggio lo sentiva ogni giorno…

Poiane e tigri sulla Rocca di San Miniato

La rocca di San MiniatoA guardarla da lontano, intorno al profilo controluce della Rocca, si muovevano insolite figure nere. Raccolsi il cannocchiale dal divano. L’aula dell’università era stracolma per il primo giorno del nuovo anno accademico di Medicina e quel tipo di fronte al quale ero sempre stata indifferente, mi provocava inaspettate capriole di stomaco. Qualcuno le chiama “svolazzare di farfalle”, come la percezione dei primi movimenti di un bambino nella pancia.
Appoggiai il cannocchiale sul viso e cercai il prato della Rocca. Alcune poiane giganti svolazzavano ai margini, mentre altre erano appollaiate come piccioni, sul muretto perimetrale. Pensai a quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che ero salita lassù, ma non trovai risposta. Guardai oltre, dietro il gruppo più avanzato di poiane, dall’altra parte, accanto alla cisterna. Sul muro altri volatili e stesa sul prato a godersi il sole, una tigre. Seduto sul muretto in fondo un leone dal manto leggermente sbiancato, anche lui a riposo.
Dicevano che non ce li trovavi sempre, che se partivi per salire in Rocca, loro lo sapevano e se ne andavano, ma non riuscivo proprio a fidarmi di questa diceria popolare. Appoggiai il cannocchiale sul divano. Il ragazzo di prima era seduto vicino a me. Il professore aveva già iniziato a parlare nel microfono, ma io non sentii neanche una parola.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: