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Poiane e tigri sulla Rocca di San Miniato

La rocca di San MiniatoA guardarla da lontano, intorno al profilo controluce della Rocca, si muovevano insolite figure nere. Raccolsi il cannocchiale dal divano. L’aula dell’università era stracolma per il primo giorno del nuovo anno accademico di Medicina e quel tipo di fronte al quale ero sempre stata indifferente, mi provocava inaspettate capriole di stomaco. Qualcuno le chiama “svolazzare di farfalle”, come la percezione dei primi movimenti di un bambino nella pancia.
Appoggiai il cannocchiale sul viso e cercai il prato della Rocca. Alcune poiane giganti svolazzavano ai margini, mentre altre erano appollaiate come piccioni, sul muretto perimetrale. Pensai a quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che ero salita lassù, ma non trovai risposta. Guardai oltre, dietro il gruppo più avanzato di poiane, dall’altra parte, accanto alla cisterna. Sul muro altri volatili e stesa sul prato a godersi il sole, una tigre. Seduto sul muretto in fondo un leone dal manto leggermente sbiancato, anche lui a riposo.
Dicevano che non ce li trovavi sempre, che se partivi per salire in Rocca, loro lo sapevano e se ne andavano, ma non riuscivo proprio a fidarmi di questa diceria popolare. Appoggiai il cannocchiale sul divano. Il ragazzo di prima era seduto vicino a me. Il professore aveva già iniziato a parlare nel microfono, ma io non sentii neanche una parola.

Racconto: Una sporca scommessa

anello san valentinoLetta sollevò il foglio molto lentamente. Sollevò prima l’angolo in basso a destra. Era ingiallito. Forse l’intero foglio era ingiallito, così sdrucciolevole al tatto, quasi come la vecchia bibbia della nonna.

Deglutì quando, sollevandolo ancora un po’, intravide qualcosa, forse una scritta.

Decise di farla finita. Adesso basta. Letta era stufa di stillare quel pezzo di carta insignificante. Sì, è vero, avrebbe potuto cambiare tutta la sua vita, ma alla fine, chi se ne frega!

Rigirò il pezzo di carta oleata tutto in un botto e lo lasciò sul tavolo rimanendo immobile ad osservarlo.

Eccolo là, quello che aveva cercato, che aveva desiderato, che aveva voluto, era tutto là in quel foglio. Non erano scritte quelle che aveva intravisto dall’angolo. Erano disegni.

E che altro avrebbe potuto fare una bambina di appena quattro anni?

Se lo ricordava. Piano piano le ricomparivano le immagini di quel giorno.

Le sue lacrime, i singhiozzi forti e soprattutto ignorati.

-Vai in camera e non tornare finché non ti sarai calmata!-, le aveva gridato alla fine la mamma. Lei era corsa immediatamente nella cameretta. Era sempre contenta di correre là, di togliersi un po’ di mezzo. Era arrabbiata, moltissimo. Voleva quella cosa con tutta se stessa. Forse domani se ne sarebbe dimenticata, certamente, ma adesso… L’”adesso” contava per lei, solo quello, solo l’”adesso” era importante per lei.

Era corsa via, ma prima di defilarsi completamente dalla sala da pranzo aveva fatto qualcosa di cui nessuno si era accorto.

Prima di uscire dalla porta un riflesso l’aveva accecata. Era rimasta un attimo imbarazzata, dimentica di ogni altro. Sul mobile accanto al quale stava passando c’era l’anello della mamma, il solitario che si toglieva soltanto per rigovernare e per fare il bagno.

Non ricordava bene che cosa le era passato in quel momento per la testa, Letta, ma fu un attimo. L’attimo dopo era già oltre la porta della sua camera con l’anello stretto nella manina.

Dopo altri dieci minuti era sgattaiolata fuori sentendo i genitori che litigavano ancora a voce alta in cucina. Era corsa in soffitta, Letta. Un posto sudicio e buio. Un luogo in cui si poteva trovare di tutto e spesso qualcosa di non piacevole. I ragni giravano indisturbati e c’era il rischio di incontrare anche qualche topo. Ma Letta era decisa a farlo. Sapeva benissimo dove andare e per questo aveva già preparato la sua mappa.

Nascose l’anello in un posto che conosceva soltanto lei. Aveva disegnato la mappa a memoria, tante volte c’era stata e tante volte era rimasta impressionata. A volte si rinchiudeva al buio nella soffitta con il solo scopo di provare paura e resistere. Dopo aver resistito dieci minuti doveva trovare il coraggio di muoversi e andare a ricercare la porta per uscire.

Letta adesso aveva ritrovato quella mappa che aveva disegnato lei stessa all’età di quattro anni. Osservò con attenzione il foglio ingiallito. C’era disegnato un trapezio, un trapezio rettangolo appoggiato su un lato. Sul momento non capì.

C’era una bambina, che probabilmente era lei. Era lei che sorrideva, ma aveva anche una gocciolina vicina agli occhi. Aveva pianto, certo, voleva ricordarselo. Quello, in fondo, era l’unico motivo per cui aveva nascosto l’anello alla madre.

Poteva ancora udire l’eco delle loro voci, delle grida dei genitori. Dell’ultima volta che aveva sentito le loro urla in quella casa. Il giorno dopo suo padre se ne andò e lei dimenticò l’anello nascosto.

Ma adesso lo ricordava. Lo aveva ricordato qualche sera prima, quando era in macchina con un ragazzo, un coetaneo che le piaceva molto.

Accanto alla bambina disegnata c’era qualcos’altro. Accanto alla bambina c’erano dei tondi. Erano molti, uno accanto all’altro, molto più piccoli rispetto al trapezio.

Non c’era altro disegnato sul foglio.

Non capiva, non ricordava.

Salì tentennante le scale buie della soffitta. Era un caldo afoso che sembrava volesse stringerti la gola con le sue mani sudice. In cima alle scale dovette salire sul solaio di cemento polveroso. Non c’era spazio per alzarsi, da lì in poi si doveva procedere a carponi.

Sentì bucare le ginocchia nude. Andò avanti comunque, seguendo la tenue luce che proveniva dal fondo del sottotetto.

Respirava piano per non fare rumore e ascoltava ogni più impercettibile movimento che le capitava intorno.

Sperava di non trovare ragnatele lungo la strada, cercava di tenere la testa bassa, lontana dal soffitto, ma sapeva bene che le ragnatele, talvolta, possono essere molto ampie e che i ragni lasciati vivere indisturbati possono diventare anche molto molto grossi.

Cacciò dalla testa quei pensieri, ma uno squittio improvviso la fece pensare a cose ben peggiori: i topi.

Deglutì rumorosamente e voltò la testa in tutte le direzioni per vedere da dove provenisse quel rumore indesiderato. In tutta la sua vita non aveva mai visto topi là dentro. Però sapeva che c’erano. Lo sapeva dai discorsi dei suoi genitori e dai resti fecali che trovava ovunque. Anche adesso, lì al buio, probabilmente stava camminando con le mani e le ginocchia sopra alla cacca dei topi.

Non ci poteva pensare. Iniziò a muoversi velocemente a occhi chiusi, serrati. Pareva un gattino in fuga. Un gattino che non fa paura ai topi, però, ma che li teme.

La corsa di Letta si interruppe con una testata in una trave di cemento armato. Dovette sedersi a leccarsi le ferite.

Quando riaprì gli occhi, di fronte a lei c’era una luce. Un trapezio rettangolo che emanava luce.

-La finestra…- esplose Letta.

In tutta fretta prese il disegno ripiegato nella tasca.

Lo aprì e osservò il trapezio. Il trapezio era la finestra che per seguire l’inclinazione del tetto aveva quella forma obbligata.

Letta sorrise, si guardò un po’ intorno dimenticando totalmente i topi. Cercò qualcosa che potesse assomigliare a quei cerchi disegnati uno accanto all’altro.

Eccoli!

A circa un metro di altezza dal solaio sbucavano fuori delle tramezze. Eccoli là i tondi, i buchi. I fori delle tramezze.

Letta si tirò su in ginocchio per avvicinarsi ai fori. Fori grandi, belle tane per i topi o per i ragni giganti. L’anello era nascosto là, in uno di quei fori, ma chissà quale?

Letta spiegò di nuovo il foglio per trovare un’ulteriore indicazione.

Guardò la bambina con il sorriso e la lacrima sotto agli occhi, la gocciolina. E poi guardò i rotondi irregolari. Li contò, uno, due, tre fino a venti. Cinque tramezze con quattro fori ciascuna. Riguardò il disegno, i tondi erano molto irregolari ma, accidenti, aveva quattro anni, che cosa poteva fare di più!

Forse per trovare l’anello doveva infilare le mani in ognuno di quei fori, al buio. Tastare dentro e cercare qualcosa.

“No, che schifo!”, gridò una vocina dentro di lei.

Osservò con più attenzione il disegno.

Eccola finalmente la chiave!

Uno dei fori era nero, non sapeva ancora scrivere, non sapeva ancora fare le frecce, ma aveva ugualmente trovato il modo di identificare un foro in mezzo ad altri venti.

Contò dalla finestra cinque fori e trovò quello annerito. Strusciò le mani fra loro osservandolo bene, scrutando nel nero del suo interno per notare in anticipo un qualche movimento. Una volta infilate le dita sarebbe stato troppo tardi. Si guardò di nuovo intorno per cercare uno strumento da introdurre al posto della mano.

Niente.

Si fece coraggio e infilò due dita, di più non ce ne sarebbero entrate.

Esplorò la zona a tastoni, una possibile tana per un qualsiasi animaletto che poteva essere, in quel momento, proprio là dentro tutto tranquillo. Il cuore a Letta andava a mille e le dita tastavano da sole, lontane dalla sua testa, per farle meno schifo.

Ed ecco ciò che non avrebbe mai voluto trovare. Le dita di Letta toccarono qualcosa di molliccio e di non stabile. Letta ritrasse immediatamente la mano portandosela al seno ad occhi chiusi. Quando riuscì a riaprirli se la guardò per vedere se c’erano dei segni. Niente.

Aveva perso il coraggio di rinfilare la mano in quel buco. Anomali pruriti cominciarono ad invaderle tutto il corpo, le venne quasi da piangere.

Riprese il foglio, lo ridistese in tutta fretta.

Quella bambina sorridente con la lacrima sulla faccia non voleva dimenticarsi di aver pianto.

Sicura? Sicura, Letta, che quella bambina di quattro anni non volesse dimenticare di aver pianto? Sicura che non volesse dimenticare ogni lite dei suoi? Sicura che non volesse dimenticare i piatti che volavano da una parte all’altra della stanza, ogni giorno? Sicura che non volesse dimenticare la sofferenza, la paura di rimanere sola, o anche soltanto la paura di restare con uno solo dei genitori?

Sicura, Letta, che quella sia una gocciolina? Sicura che quella cosa sotto agli occhi, vicino all’angolo della bocca sorridente, sia proprio una lacrima?

Letta tornò a sorridere e si sciolse in un sospiro.

Senza esitare oltre, infilò di nuovo la mano nel foro buio e acchiappò quella cosa molliccia che aveva sentito poco prima.

Eccolo il chewing gum nel quale aveva avvolto l’anello. Ci teneva molto a quell’anello e non aveva trovato altro per preservarlo che ciò che stava masticando. La gocciolina non era una gocciolina ma un chewing gum. Aveva sentito dire, a quei tempi, che nemmeno i topi avrebbero mai avuto lo stomaco per rosicchiare una Bigbabol e non aveva trovato modo migliore che nascondere l’anello avvolgendolo lì dentro.

Adesso non l’avrebbe mai più fatto, sapeva che i topi si mangiano anche i fili della corrente! Non si schifano proprio di nulla, figuriamoci di una bella Bigbabol alla fragola!

Qualche ora dopo era il tramonto e Letta sedeva su un comodo sedile in pelle di un’Audi con l’anello infilato all’anulare sinistro, come da tradizione.

Alla sua sinistra un uomo di circa venti anni più grande guidava facendo molta attenzione.

-E’ questo il posto dove devi andare, tesoro?-

-Sì, è proprio questo, puoi lasciarmi… ecco guarda… vicino a quelle persone là.-

L’Audi accostò vicino a un gruppo di ragazze.

Letta scese, l’uomo alla guida la salutò:

-Ciao Nicoletta, buonanotte amore mio… siamo stati bene, no?-

-Sono stata benissimo!-, rispose Letta a voce alta, -buonanotte anche a te… amore!-

Gli tirò un bacio con la mano e richiuse lo sportello. Lanciò una rapida occhiata ad una delle ragazze che stavano chiacchierando vicino al pontile del lago e si avviò con passo veloce e deciso verso un gruppo di ragazzi più in là. Si mise in mezzo e parò la mano sinistra in faccia a uno di loro.

-Ecco qua. Ho vinto la scommessa, il mio amante mi ha chiesto di sposarlo… avevi dei dubbi?-

Il ragazzo deglutì senza rispondere e mentre i suoi amici lo prendevano sonoramente in giro Letta riprese a passo svelto la via verso il gruppo di ragazze.

Una di loro si avvicinò a lei e insieme continuarono a camminare lungo la riva del lago:

-L’hai trovato sul serio, allora?-

Letta, pelle liscia da sedici anni, annuì senza voltarsi.

-Però, Letta… dire buonanotte amore a tuo padre…. Non ti sembra di aver esagerato?-

-In guerra e in amore tutto è permesso!-

-Sicura? E cos’hai ottenuto? Pensi che adesso Andrea si innamorerà di te?-

Letta sospirò.

-No… ma almeno ho vinto la scommessa.-

-Forse hai vinto una battaglia, ma se per avere l’amore di qualcuno bisogna combattere e ferire, allora… l’amore …. l’amore dov’è?-

Letta guardò lontano un punto imprecisato in mezzo al lago:

-Per quanto mi riguarda è rimasto molto tempo fa in fondo a una soffitta sudicia e abitata da topi…-

Cantastorie, ritrovare le parole: Maggio 2011

Mi piove sulla testa un temporale. Di nuovo e ancora. Perché non basta quello che è passato. Se avessi potuto, se avessi potuto dire “voglio” avrei voluto quello che avevo scelto, ma… è vero, il richiamo dell’avventura è stato ingannevole e ho fatto un passo falso, falso come le loro facce. Le rivedo, tutte intorno a me. Tutte insieme, sguardi complici, forse un filo di preoccupazione, ma tanto contro noi piccoli quella piccola infinitesimale preoccupazione non avrebbe mai avuto ragione di essere.

Vado avanti lungo la scia di passi ancora non fatti. Vado avanti per di là, dove il cuore mi dice che è giusto camminare. Creando una famiglia che non è solo fatta di sangue. Avrei baciato tutti a quel lungo tavolo, l’avrei fatto, e l’immagine di me l’ha fatto. Ma contro quell’immagine c’è la realtà delle parole e dei gesti più duri che vengono proprio da chi non dovrebbero arrivare. Da chi avrebbe dovuto insegnarmi la via della dolcezza e dell’amore e della maternità.

Confusione, non potrebbe essere altro che confusione la mia vita.

Piccoli gesti imparati qua e là per la strada. Solo la strada ha voluto insegnarmi. E spesso la strada è bastarda, ti insegna solo ciò che piace a lei.

Ma io vado avanti. Prima o poi imparerò.

Prima che tutto finisca di nuovo, prima o poi imparerò.

Sarà settembre…

Sarà la malinconia che mi ha sempre messo addosso settembre, oppure la crisi mondiale e questo mondo che ci sta sfuggendo di mano, più che altro perché non è mai stato nostro e adesso, come si dice, si è rotto le scatole di stare lì a farcelo credere… Non lo so, forse è tutto questo caldo che abbiamo patito quest’estate, oppure che ho passato una settimana a Cesenatico dopo che sono stata alcuni giorni all’isola d’Elba (mannaggia, lo sapevo che dovevo fare al contrario!) o che tutto quell’entusiasmo che percepivo attorno nel mese di luglio adesso sembra spento, raffreddato, tutto dissolto nel nulla. A settembre capita sempre di riaprire gli occhi a quella parte della realtà che ha i piedi ben piantati per terra… mentre vorrei che l’energia dell’estate durasse per sempre, quella forza spesso irrazionale che fa da spinta propulsiva per tutto il resto dell’anno… e invece, purtroppo, ritorno qua a San Miniato, la guardo, la osservo con i miei occhi pieni di affetto e la trovo sempre più brutta.
Ecco, l’ho detto, ho detto che mi sembri brutta, cara mia!
Certo, ma che ti aspettavi? Eppure su, lo sai anche te che è così: mica potevi credere, potevi davvero pensare che, soltanto perché qualcuno si sta interessando a te, alla tua faccia antica (e ti ho voluto bene, perché dài, più che antica adesso mi sembri proprio vecchia!), solo per questo non mi dire che ti sei convinta di essere bella?
Bella eri, sei stata, sì, quando nessuno ti apprezzava, quando era naturale che tu fossi così, perché così eri sempre stata. Ma adesso che stai rimanendo sola, adesso che sei un’anziana signora senza lifting, stravaccata sul crinale di una morbida collina, mi dispiace cara la mia città, ma devo dirtelo in faccia, devo dirtelo senza peli sulla lingua, nonostante i 6×3 che ti abbiamo dedicato, nonostante le mostre, le lotte per ridarti la tua scuola, nonostante il teatro, nonostante chi ti ama davvero con il cuore, nonostante tutto penso che tu sia davvero brutta, e sciocca e che tu sia ciò che di più lontano può esserci dall’accoglienza. Ti odio, perché anche se ti amo, non mi ami, perciò è giusto che tu rimanga sola, a gongolarti fra quei quattro ninnoli le cui foto fanno il giro del mondo da settant’anni senza nemmeno raccontarti davvero, per quello che sei, per quello che potresti essere.
Chi viene a trovarti che cosa trova? Chi trova? D’agosto non c’era un negozio aperto, un posto dove sedersi lungo il percorso dei tuoi tanto decantati monumenti, non un posto all’ombra, un refrigerio per turisti e pellegrini, nemmeno un souvenir, di quelli forse considerati kitch da molti adesso, ma se ancora in milioni si portano volentieri a casa la torre di Parigi, perché dovrebbero sputare sopra alla statuina della Rocca?
Te lo dico io perché: perché c’hai la puzza sotto al naso e sei orgogliosa, troppo orgogliosa… e anche stupida!
Non ti offendere, ti prego, se ti chiamo stupida. Lo so che non è completamente colpa tua, è che ti sei trovata in mezzo, lo so come vanno certe cose: arrivano quei due o tre vestiti bene, quelli che gli garba parlare e gonfiare il petto, quelli convinti che tu sia grande solo grazie a quel tubero puzzolente, tanto buono e tanto caro, e il gioco è fatto: viene fuori che ti rappresentano come una terra magica dove si trovano ninfe come quella biondina appena dissotterrata chissà dove, che offre a tutti un tartufo finto come fosse la propria virtù, e il gioco è fatto. Mi immagino che il prossimo novembre alla Mostra del Tartufo Bianco vedremo soltanto vecchi marpioni e tipi perversi, tutti attratti da questo manifesto messo su senza la benché minima idea di come si faccia comunicazione, grafica e fotocomposizione.
Ma diglielo a quelli, cara città mia, che di magico te, non c’hai proprio niente. E che non importava andare a cercare la magia per renderti interessante agli occhi di chi non ti conosce. Tu sei reale, sei quello che si vede, ciò che si odora, le colline che muovono il tuo orizzonte che pare tocchino il cielo, la terra che scricchiola sotto ai piedi, le scarpe che rimbombano sotto agli archi, la rocca che si vede da lontano, sempre, le campane delle dieci che fanno tornare chi si è perso, le rondini sotto i tetti, le mille chiese, le solite facce che non ti abbandonano, quelli vestiti male soprattutto, perché a chi sa di essere ricco dentro non interessa mostrarlo a tutti quanti!
Cara San Miniato, vorrei solo che tutti quelli che adesso stanno parlando di quella tua piazza, pensassero in grande, pensassero in largo, pensassero col cuore, oltre che con la testa e che non fosse soltanto un balletto di architetti in bellamostra. Perché tu sei unica e prima dell’apparenza, bisogna pensare alla sostanza e purtroppo per te, di sostanza ce n’è rimasta poca. Se non torna la gente, chi l’ammirerà, chi ne godrà di quella piazza meravigliosa che stanno progettando adesso? Se non diamo servizi ai turisti, se non accogliamo le persone come le accoglieremmo a casa nostra, se non facciamo tornare i ragazzi dando loro luoghi dove stare, dove crescere, dove esprimere le loro personalità, invece di lavarci le coscienze per la nostra assenza e regalargli il Nintendo per spappolare i loro neuroni positivi e accrescere la loro voglia di violenza…
San Miniato ti odio e mi fai schifo… e se quest’estate non mi avesse fatto un grande regalo, forse, smetterei anche di parlare di te. Ma ti voglio raccontare una cosa, e poi basta, poi smetto di scrivere per oggi:
Ero a Cesenatico, un paese dove è tutto finto, il mare è finto, la spiaggia è finta, le serie di negozi sono fatte con il copia-incolla e vendono troiai che puoi trovare in qualsiasi altra parte del mondo e ti assicuro che in qualsiasi altro posto non li acquisterei perché ti danno l’idea precisa di cosa significhi consumismo (consumare energie, forza lavoro sottopagata per produrre spazzatura e inquinare il mondo!). Ero lì e dalla mattina alla sera ero già depressa e pensavo a chi me l’avesse fatto fare. E mentre pensavo all’unica risposta possibile – la crisi! – mi sono imbattuta in una ragazzina di quattordici anni: era lì in albergo, o al mare, o in piscina, o in qualsiasi altro luogo che disegnava. Mi sono incantata più volte a guardarla, perché mi ricordava me stessa alla sua età. Poi l’ho conosciuta e l’entusiasmo che sprigionava io l’ho conosciuto soltanto adesso, a quasi quarant’anni. Ho pensato che lei fosse speciale, che non ci fossero ragazzi della sua età come lei. E invece, poco dopo, lei li ha attratti tutti, gli altri ragazzini dell’albergo, tutti insieme, tutti i giorni, tutti a disegnare, a parlare, a fare giochi stupidi tipo guardarsi in faccia e cercare di non scoppiare a ridere. Alla fine ho giocato anch’io, perché non potevo perdermi un’occasione così.

Altro che Nintendo! I ragazzi hanno bisogno di luoghi per stare insieme, per esprimersi e crescere nel migliore dei modi!
Cara San Miniato, ti prego, datti da fare, apri tutte le tue porte, mostra le tue stanze, i tuoi tesori e credi in te molto più di quanto facciano gli altri. Potrai rivivere, se la ragione e la giovinezza verranno ricondotte a te.

Nel frattempo ti abbraccio, cara stupida vecchia città.

Irene

Passeggiando una sera verso l’ora di cena per San Miniato

Sono le 19, resto sola con Libero e parto per una passeggiata a piedi con la carrozzina in direzione di San Miniato. E’ passata un’altra giornata caldissima, ma adesso si sta alzando un po’ di brezza e camminare è piacevole. Mi godo questo tempo, questa serenità… e passeggio senza darmi una meta e un orario di ritorno.
Giovanna e le amiche dai capelli bianchi, a fare salotto sui troppoli stasera non c’è, è già troppo tardi. Proseguo. Mi aspetto di incontrare Simone che porta a spasso il suo labrador, ma probabilmente è tardi anche per lui.
Inizio la salita della Nunziatina e vengo piacevolmente sorpresa dal rimbombo di un pallone: stanno giocando al campino da poco rimesso in sesto per iniziativa di alcuni samminiatesi.
Oltrepassato Palazzo Grifoni trovo una San Miniato davanti allo specchio, ha appena fatto la doccia per lavare via la fatica e l’afa di tutto il giorno e sta scegliendo il trucco per la sera. Qualcuno parla davanti alle botteghe aperte ancora per pochi minuti, ci sono i ragazzi della scuola internazionale di teatro che camminano tutti belli rivestiti per andare a cena fuori e poi, dai chiostri, mi giunge qualcosa, una sorpresa portata dalla brezza: musica. Mi fermo davanti ai chiostri, non posso salire, perché ho la carrozzina e lo scivolo laterale ha il cancello già chiuso (?!?). Un nugolo di persone si è riunito per ascoltare questo concerto che nella mia fantasia vuole essere improvvisato: una corale di bambini francesi sta cantando a cappella e per pochi minuti San Miniato e i suoi chiostri mi portano in volo trasferendomi in qualche città europea, dove ogni angolo, e persino sottoterra, ti puoi aspettare uno spettacolo, un concerto, una performance improvvisata. La canzone finisce e tutti applaudiamo. Cerco nella mia testa il pulsante per scattare qualche foto o addirittura il tasto REC per fare una ripresa, ma, come al solito, non lo trovo. Mentre sto per ripartire, scende le scale e viene da me una signora francese che, guardando Libero e indicandolo, con una faccia intenerita esclama: «Il’est petit!» E io, che capisco soltanto in quel momento che si tratta di una corale francese, rispondo: «Sì, parecchio petit!»
Riparto, dopo aver sentito una signora che diceva ad un’altra che stasera i bambini francesi avrebbero cantato sul prato del Duomo. Sorrido fra me e me, riflettendo che davanti al Duomo un prato non c’è, ma anch’io ho sempre detto così.
Oltrepasso Piazza San Domenico, il giornalaio, il bar Cantini, i nuovi negozi di Contessa Matilde e della ragazza che crea gioielli (sento che martella instancabile nel retro bottega) e la libreria che, immancabilmente, mi richiede una sosta.
Vado avanti verso il piazzale e, mentre passeggio fra i giardini, i miei occhi attraversano la strada e volano al campo di pallacanestro allestito per tre serate di tornei. Ho visto quel campo lì nel pomeriggio, quando ancora il torneo serale era lontano, pieno di ragazzini. Accidenti, per anni avevo pensato che a San Miniato non fossero nati più bambini! O dov’erano spariti tutti? Ma la risposta è, purtroppo, anche troppo ovvia.
Guardo il tiro a canestro di uno che a basket non ci gioca più, penso, almeno da quando io non gioco più a pallavolo, ma la sua voglia di farlo è parecchio più evidente della sua incapacità. Il canestro non lo fa, ma sono tutti contenti, compreso lui e compresa me che riparto con un’immagine in più da riportare a casa.
Riattraverso San Miniato, i negozi stanno chiudendo, i locali alzano la musica per gli apericena. Ridiscendo la Nunziatina, qualcuno mi saluta, qualcuno si interessa a quando metteremo il prossimo 6×3 sotto i chiostri, un ragazzo sulla sedia a rotelle mi dice che sono sempre stata bellina…
Attraverso le Colline, alla Cappellina lancio un’occhiata nostalgica a quel mostro spiaggiato che è diventato, ormai, il mio Liceo: sporco e decadente, ma ancora pieno d’orgoglio.
Ormai casa è vicina, il sole è arrossato. Ripasso davanti alla casa di Giovanna: è sull’aia in piedi che sta mangiando la susina più grossa del suo albero e fa alle sue gatte: «Bimbe, io vò su, è!» Esita un secondo prima di andare davvero, come se si aspettasse sul serio una risposta dai gatti. Anch’io esito un attimo nell’attesa… poi vò via.

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