Sono andata a scuola di grafica perché volevo diventare Quella che progetta le copertine dei dischi. Magari avrei anche incontrato qualcuno dei miei idoli musicali di allora, tipo Robert Smith o Cristiano Godano.
Mi sono diplomata in grafica pubblicitaria ed editoriale all’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli di Firenze. Se domandate a mio padre che cosa faccio di lavoro, lui non saprà che rispondervi. Ma sull’argomento ci hanno già scritto un sacco di libri: nessun padre sa che cosa faccia esattamente il figlio pubblicitario. E molte madri si accontenterebbero di sapere che fa il pianista in un bordello.
Ho imparato il mestiere da due Quasi Architetti, proprietari di un’agenzia pubblicitaria a Fucecchio. Grazie a loro ho un bagaglio di esperienze molto variegate, a partire dalla ricostruzione di vecchi logo fatti a mano in tipografia, un’attività che talvolta si dimostrava un rompicapo, ma che di sicuro consiglierei a qualsiasi grafico che inizia a fare il grafico.
Ho fatto lavori che non esistono più: ricostruzione di moduli, creazione e sviluppo di pellicole, prove colore dalle pellicole, maniacale pulizia di splendide foto per il museo Piaggio, scontorni, centinaia di scontorni.
Ma anche se non esistono più, hanno lasciato un’esperienza solida dentro la mia volatile mente di creativa. Una tecnica, un metodo. Un modo concreto di fare un mestiere che cambia e si evolve continuamente, come se non si volesse lasciare afferrare.
Dopo, ad un certo punto, ho fatto anche la creativa, ho lavorato in un team di persone piene di spunti e guizzi, in un ambiente propositivo dove si progettavano campagne pubblicitarie, stand per fiere importanti tipo Linea Pelle o Vinitaly, etichette (tante etichette per tanti vini di tutta Italia), logo, brochure, siti web, libri.
C’era l’idea, la condivisione, la discussione, l’evoluzione, le prime bozze, le prime decine di bozze scartate, la ricerca del pantone, della carta giusta, dell’inchiostro… è questa la differenza fra un segno improvvisato e un segno che funziona: la storia che c’è dietro.
Sono andata a scuola di grafica perché volevo diventare Quella che progetta le copertine dei dischi. Ma nel frattempo i cd sono quasi scomparsi e moltissime cose sono cambiate. Non solo per la musica, e nemmeno soltanto per la grafica.

Ma io adesso ho imparato a trascrivere le storie, quelle fondamentali che stanno dietro ai segni.

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