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Florence

Visita alla casa d’aria

casa daria

-Permesso… Signore? …Maestro?
C’è qualcuno?
Lui viene avanti sulla sedia a rotelle
-Non si chiede permesso quando una casa è una via di passaggio
-No è che, buongiorno, sono pur sempre in casa sua
-Dài un’occhiata, seguimi
In un gesto gira la sedia di centottanta gradi. I capelli bianchi, appena appena ingrigiti, sulle spalle si intrecciano. Sottili.
La ragazza lo segue.
-È grandissima questa stanza, esclama.
È in comunicazione diretta con l’esterno, manca una parete, totalmente, ma è buia, piena di legno scuro e cotto per terra, vecchio, sporco, di quello sporco che non va via più e quindi non si può chiamare nemmeno più sporco, ma tempo, storia.
-Non pensavo che ci fosse una casa qui. Ho sempre visto un chiostro. E stamani invece ci ho trovato una casa
-La mia casa è sempre stata qui. In questo cubo d’aria fra quattro pareti di storia
Ride da sé. Come se avesse fatto una battuta che capisce solo lui.
-Come si chiama, signorina?
-Adele
-Adele fa rima con miele. Lei è dolce?
Adele accarezza un tavolo rotondo, di legno di noce, massello, liscio. Pieno di buchi, un tempo casa di tarme.
-Non lo so. Dipende
Spinge le ruote con le mani, lei riprende a camminargli dietro, la stanza sembra che giri, e compare una nuova apertura nella parete di fronte. Non c’è niente che sta girando. Soltanto le ruote
Lui si ferma e ruota di novanta gradi. Resta a mostrarle il profilo per qualche attimo. E poi la guarda, la sorprende mentre con un dito in bocca guarda in alto, il soffitto.
-Quella è una tortora?, esclama togliendosi l’indice dalla bocca e puntandolo in su.
Lui fa scattare gli occhi (solo gli occhi) verso l’alto. E poi li riporta nella stessa esatta posizione, senza cambiare niente di se stesso, se non il discorso che stava per fare
-Qualcuna fa il nido fra questi travicelli. Ma torniamo a lei. A te. Da cosa dipende la tua dolcezza, Adele?
-È sicuro che sia normale? Che una tortora viva così
-Seguimi ragazzina
Ruota la sedia verso la direzione in cui si stavano muovendo e l’altra stanza si mostra quasi per intero, finché non ci entrano.
Il contrasto è fortissimo. Bianco. Tutto è bianco. È un’altra stanza enorme, gigante, chiara, di vimini e legno per terra, di gabbie piene di fiori e cancelli aperti, scale che si interrompono e canarini gialli che volano. E una farfalla. Signora di leggerezza. Nuota nell’aria come se fosse l’unica padrona di quello spazio.
E in fondo si apre una parete di luce. Senza panorama o orizzonte. Luce, un bianco ancora più bianco. Come un buco nella realtà.
Lui dà le spalle alla luce, le mani appoggiate sulle ruote. La osserva invadente senza imbarazzo.
-Perché indossi un vestito con le gale? Stavi andando ad una festa?
-Le dispiace se prendo un lecca lecca? Quando li vedo non so resistere. Specialmente questi con la decorazione a spirale. Sono troppo belli
-Fai pure, ma non li mordere
-Per quale motivo? A cosa mi servono se non posso morderli?
-Sono di terracotta. Tutto in casa mia è di terracotta. Forse anche io lo sono
Ride.
-Oh. Che strana terracotta. Ma non è strano che questa farfalla stia qui?
-Adele. La tua dolcezza è fatta tutta di ingenuità. Sarà genuina?
Adele sceglie accuratamente un lecca lecca di terracotta in un cestino dove ce ne sono a decine, di forme e colori e dimensioni diverse
-Vuoi vedere come nasce la mia terracotta?
-Certo. Sono qui apposta.
-Già, non ti ho chiesto come mai
-Come mai non si sentono i frastuoni della chiesa? È soltanto qui accanto. Come fa a vivere qui, così vicino?
-Non si sente niente. Vai a vedere. Vai tu che puoi. Io con la mia sedia non arriverei mai.
Adele esce dalla stanza bianca, attraversa la stanza scura e si ritrova nella parte del chiostro più vicina alla strada. Va verso destra, verso la chiesa, e imbocca un tunnel con il pavimento in salita (che presto diventa terra) e con il soffitto a volta che sarà alto quindici metri. Il tunnel è costruito con mattoni vecchi, uno diverso dall’altro, forse fatti a mano, forse fatti proprio da lui. E lo percorre, finché non giunge ad una specie di curva, una piega apparentemente casuale, ma ben congegnata. Il segreto del silenzio è tutto lì. Una volta superata la curva si sentono forti le voci, le campane, i cinguettii. E alla fine di un altro tratto di tunnel, sempre in salita, si intravede la campagna, il culmine della collina e la chiesa di San Domenico.
La chiesa sorge direttamente dall’erba. E dietro lingue colorate di cielo, fra il giallo e l’azzurro, creano una cartolina.
-Ho capito tutto, fa Adele entusiasta quando torna da lui. -Ora possiamo andare dalla creta?

Il ricettario della A: il nostro dono per i bambini che verranno.

Ricettari della A
I ricettari: foto di Fabio Frangini

Quest’anno le maestre della Scuola dell’Infanzia di Ponte a Egola hanno affrontato con i bambini il progetto alimentare. Nella pratica hanno partecipato al “Progetto frutta” del Comune di San Miniato e della Asl, approfondendo poi con lo “studio” della Piramide Alimentare.
La frutta a colazione (la seconda colazione) è una via per trasmettere ai bambini un modo di alimentarsi naturale, sano ed energetico, è un modo per insegnare ad apprezzare la frutta, a cambiare tipologia di frutti attraverso il cambio delle stagioni, è un modo per comprendere la realtà e condividere lo stesso cibo.
Anche la festa di fine anno è stata pensata restando in tema: un rinfresco dove ogni famiglia ha portato qualcosa da mangiare.
Quando frequenti l’ambiente scolastico (sia come docente, sia come genitore) ti rendi conto della scarsità di fondi che vengono destinati, per cui, invece di lasciarci andare alla solita polemica o alla rassegnazione, noi genitori della sezione A abbiamo deciso di darci da fare e ho proposto di creare un ricettario con alcune delle nostre ricette, magari quelle preferite dai nostri figli, o quelle che si tramandano in famiglia da generazioni.
Siamo tanti e abbiamo origini diverse, da tutta Italia e da oltre i confini, per cui il nostro ricettario avrebbe avuto caratteristiche multietniche.
Per quanto mi riguarda ho messo a disposizione la mia esperienza di grafica.
Quando ho iniziato a ricevere le ricette delle altre mamme della classe sono rimasta piacevolmente stupita, oltre che sommersa dalle e-mail. C’è stata una partecipazione incredibile, sembrava che tutte non vedessero l’ora di condividere le proprie ricette con le altre. Mentre le impaginavo, le ho lette tutte, una per una, soffermandomi specialmente su quelle che vengono da altre regioni, restando ammaliata da certi particolari o dalle tradizioni che vanno a braccetto con alcuni piatti.

ricettario_intro
L’introduzione del ricettario


Ho impaginato il ricettario, creato un logo e stampato una copia. Il resto lo abbiamo fatto tutti insieme durante i laboratori serali a scuola: fotocopie, fascicolatura, attaccatura del logo a fogli colorati per le copertine, spillatura. È stato un lavoro a costo ridotto, tutto perché la somma da lasciare alla scuola fosse più consistente possibile.

esempio ricetta
Una ricetta-tipo
Cartellone vendita ricettari
Festa di fine anno: foto di Fabio Frangini


La sera della festa abbiamo allestito un banchetto e tutti insieme li abbiamo venduti.
È stato un successo!
Qualche giorno dopo, grazie al Governatore della Misericordia di San Miniato e alla Asl, abbiamo avuto la possibilità di portare i nostri ricettari e presentarli a tutti gli intervenuti alla festa conclusiva del progetto educativo di sicurezza negli ambienti di vita rivolto ai bambini delle scuole dell’infanzia che si è svolta a San Miniato, nel giardino della Cisterna, grazie soprattutto all’intervento e all’allestimento della Protezione Civile di San Miniato.

cartellone
Il cartellone: foto di Fabio Frangini

Fin dall’inizio, fin dalla prima vaga idea di bozza, mi echeggiava nella testa che questo ricettario aveva le profonde caratteristiche del dono. Un dono speciale, perché molte famiglie hanno donato le proprie ricette arricchendole di episodi familiari e modi di assaporarle. Perché abbiamo condiviso un fondamento della vita, il cibo. Perché abbiamo dato continuazione all’insegnamento delle maestre.

A settembre la mia bambina andrà alle elementari e tutta la nostra sezione accoglierà nuovi bambini. Neanche per un momento, però, mi sono chiesta “perché lo fai?” o “per chi lo stai facendo?”.
Questo è il nostro dono per i bambini che verranno.
Spero che un giorno qualcuno penserà anche ai miei.


Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene. (Virginia Wolf)

San Miniato: la nostra Primavera

L’immagine prende spunto da Botticelli. Uno spunto illustre è sempre un ottimo punto di partenza, specialmente se ha attraversato parecchi secoli e non è lontano da noi: risale al 1482 e si trova agli Uffizi di Firenze.

Il messaggio, tuttavia, prende spunto da qualcosa di attuale e molto molto più vicino: San Miniato e quello che, da un po’, sta accadendo.
E’ vero, forse chi non è samminiatese ancora non ci ha fatto caso, come non fa caso un uomo alto e grosso al brulichio di un formicaio per terra… se ne rende conto soltanto quando trova la pagnotta tutta mordicchiata.
San Miniato è in fermento, e questo è un dato di fatto. Noi di Bucciano FotoDiarioFestival vogliamo dirlo, vogliamo gridarlo a tutti, da quassù, in cima alla collina, vogliamo alzare la voce, senza per questo perdere il nostro stile, e dire al mondo che a San Miniato ci si sta dando da fare.
Parliamo, così, di primavera, tema scontato per la stagione (anche se non per quest’anno), quanto non lo è per la nostra città, che molti considerano oramai intrappolata in un eterno inverno.

E invece noi in questa Primavera di San Miniato ci crediamo forte e vogliamo dirlo con la nostra modesta forma di arte da strada, in modo che tutti quelli che passano di lì, possano ammirarla, comprenderla, tornare a casa e parlarne, per moltiplicare la nostra voce (tanto per citare altri due illustri artisti: Francesco De Gregori e Zucchero Fornaciari).

Botticelli ci ha ispirato, ma come sempre noi di Bucciano FotoDiarioFestival, siamo andati oltre per dire la nostra. Flora, che sono io, è incinta, come d’altronde è gravida la primavera. Sull’olivo abbiamo, sorretto da Aurelio (pilastro di Bucciano FotoDiarioFestival) uno stanco cupido: riconosciamogli che fare innamorare la gente, oggi come oggi, non è un’impresa facile. All’estrema sinistra il nostro Mercurio (dio dell’eloquenza e del commercio) è piuttosto distratto, ma faremo in modo, in futuro, che concentri la sua divinità, in particolare quella della comunicazione, anche su San Miniato.
Di Grazie, figlie di Venere, ne abbiamo tre grandi e tre piccole, perché la bellezza deve stare sia nel presente che nel futuro ed è sempre giusto che presente e futuro si sovrappongano per un po’.
I due splendidi cagnolini da tartufo sono uno dei simboli viventi di San Miniato ed è anche grazie a loro se la nostra città è conosciuta per questo pregiatissimo tubero.
Il personaggio centrale, quello di Venere, non c’è. Ossia, non è una persona, ma è una città intera di persone, di opere d’arte, di bellezze naturali e di passione.
San Miniato è la nostra Venere.

Questo è il nostro nuovo messaggio. Speriamo che la brezza di Primavera lo trasporti, insieme al polline, in volo per il nostro splendido Paese, e torni quassù abbracciato al cuore di tanti nuovi visitatori.

La foto del manifesto è stata scattata da Francesco Sgherri con l’assistenza del giovanissimo Elia Sgherri che si è occupato del flash. La grafica è mia. L’idea è mia e di Aurelio Cupelli. Le foto di back-stage utilizzate per il montaggio del video sono di Aurelio Cupelli. I filmati che ho utilizzato per montare il video sono stati ripresi da Fabio Frangini.

Dalla brochure al sito web… un’azienda in crescita.

Le Cantine Montalbano sono una Società Cooperativa Agricola (nota, ai più, come Cantina Sociale) che si trova al Terrafino, una zona periferica e ben accessibile di Empoli (Firenze). L’azienda è nata nel 1960 ed è strettamente legata al nostro territorio, ricevendo e lavorando le uve di circa 300 piccoli e medi soci-produttori dei dintorni.
La maggior parte della produzione è destinata al vino sfuso per la vendita diretta a imbottigliatori e per la vendita diretta nel punto vendita in cantina ad una clientela molto affezionata, tanto che, di recente, il punto vendita è stato quasi completamente rinnovato con l’aiuto di un amico architetto e adesso si presenta come un accogliente mix di design e tradizione.
In fondo questa apparenza rispecchia perfettamente lo spirito della Cantina che, da un lato resta legata alla tradizione come qualunque consumatore può aspettarsi da un vino dei nostri territori; dall’altro guarda al futuro, utilizza tecnologie all’avanguardia, lavora per una crescita continua. Tanto che negli ultimi anni ha iniziato a imbottigliare una parte dei propri vini e adesso, sugli scaffali del punto vendita, si può già ammirare un’ampia gamma di bianchi, rossi, rosati e vin santo.
Però, secondo me, il particolare più apprezzato di quest’azienda, non è tanto il vino buono, o i prezzi concorrenziali che soltanto una cantina sociale può fare: quello che dà gioia e soddisfazione quando si va alle Cantine Montalbano, è proprio questa loro capacità naturale di accogliere. Come se fossero una grande famiglia e tu che entri là dentro per la prima volta, facessi davvero già parte di loro.

Che cosa c’entro io con Le Cantine Montalbano?
Qualche anno fa ho avuto la fortuna di progettare l’etichetta del novello, Fior d’Autunno, e da allora, praticamente, non ho mai smesso di frequentare la cantina.
Dopo l’etichetta ho rivisitato l’immagine ormai vecchia e non più adatta e ho progettato la brochure con alcuni dei loro vini in bottiglia.


In seguito ho progettato altre etichette, i bag-in-box del rosso e del bianco, le bandiere che accolgono i visitatori in cantina e il sito web, che è stato pubblicato recentemente.

La qualità di tutta l’immagine è stata possibile soprattutto grazie alle splendide fotografie di Nicola Cioni, un architetto e noto artista di Fucecchio, con il quale collaboro da anni.

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