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Voglio che l’ultimo post del 2012 sia proprio il calendario che Fabio e io abbiamo realizzato per il prossimo anno. È stato un simpatico regalo di Natale (fra l’altro un regalo low cost!) per molti familiari e parenti, e un ricordo meraviglioso che ci accompagnerà per tutto l’anno.

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Auguro un felice 2013 a tutti. Auguro a tutti, più di ogni altra cosa, tante emozioni.
Irene

Sono a disposizione per preventivi e info su grafica e stampa di calendari e di molto altro ancora, per aziende e privati. Scrivetemi a unagrafica@virgilio.it o telefonate al 347 5245130. Il mio sito web, dove trovate anche il link per i miei lavori, è http://www.unagrafica.it

Sarà settembre…

Sarà la malinconia che mi ha sempre messo addosso settembre, oppure la crisi mondiale e questo mondo che ci sta sfuggendo di mano, più che altro perché non è mai stato nostro e adesso, come si dice, si è rotto le scatole di stare lì a farcelo credere… Non lo so, forse è tutto questo caldo che abbiamo patito quest’estate, oppure che ho passato una settimana a Cesenatico dopo che sono stata alcuni giorni all’isola d’Elba (mannaggia, lo sapevo che dovevo fare al contrario!) o che tutto quell’entusiasmo che percepivo attorno nel mese di luglio adesso sembra spento, raffreddato, tutto dissolto nel nulla. A settembre capita sempre di riaprire gli occhi a quella parte della realtà che ha i piedi ben piantati per terra… mentre vorrei che l’energia dell’estate durasse per sempre, quella forza spesso irrazionale che fa da spinta propulsiva per tutto il resto dell’anno… e invece, purtroppo, ritorno qua a San Miniato, la guardo, la osservo con i miei occhi pieni di affetto e la trovo sempre più brutta.
Ecco, l’ho detto, ho detto che mi sembri brutta, cara mia!
Certo, ma che ti aspettavi? Eppure su, lo sai anche te che è così: mica potevi credere, potevi davvero pensare che, soltanto perché qualcuno si sta interessando a te, alla tua faccia antica (e ti ho voluto bene, perché dài, più che antica adesso mi sembri proprio vecchia!), solo per questo non mi dire che ti sei convinta di essere bella?
Bella eri, sei stata, sì, quando nessuno ti apprezzava, quando era naturale che tu fossi così, perché così eri sempre stata. Ma adesso che stai rimanendo sola, adesso che sei un’anziana signora senza lifting, stravaccata sul crinale di una morbida collina, mi dispiace cara la mia città, ma devo dirtelo in faccia, devo dirtelo senza peli sulla lingua, nonostante i 6×3 che ti abbiamo dedicato, nonostante le mostre, le lotte per ridarti la tua scuola, nonostante il teatro, nonostante chi ti ama davvero con il cuore, nonostante tutto penso che tu sia davvero brutta, e sciocca e che tu sia ciò che di più lontano può esserci dall’accoglienza. Ti odio, perché anche se ti amo, non mi ami, perciò è giusto che tu rimanga sola, a gongolarti fra quei quattro ninnoli le cui foto fanno il giro del mondo da settant’anni senza nemmeno raccontarti davvero, per quello che sei, per quello che potresti essere.
Chi viene a trovarti che cosa trova? Chi trova? D’agosto non c’era un negozio aperto, un posto dove sedersi lungo il percorso dei tuoi tanto decantati monumenti, non un posto all’ombra, un refrigerio per turisti e pellegrini, nemmeno un souvenir, di quelli forse considerati kitch da molti adesso, ma se ancora in milioni si portano volentieri a casa la torre di Parigi, perché dovrebbero sputare sopra alla statuina della Rocca?
Te lo dico io perché: perché c’hai la puzza sotto al naso e sei orgogliosa, troppo orgogliosa… e anche stupida!
Non ti offendere, ti prego, se ti chiamo stupida. Lo so che non è completamente colpa tua, è che ti sei trovata in mezzo, lo so come vanno certe cose: arrivano quei due o tre vestiti bene, quelli che gli garba parlare e gonfiare il petto, quelli convinti che tu sia grande solo grazie a quel tubero puzzolente, tanto buono e tanto caro, e il gioco è fatto: viene fuori che ti rappresentano come una terra magica dove si trovano ninfe come quella biondina appena dissotterrata chissà dove, che offre a tutti un tartufo finto come fosse la propria virtù, e il gioco è fatto. Mi immagino che il prossimo novembre alla Mostra del Tartufo Bianco vedremo soltanto vecchi marpioni e tipi perversi, tutti attratti da questo manifesto messo su senza la benché minima idea di come si faccia comunicazione, grafica e fotocomposizione.
Ma diglielo a quelli, cara città mia, che di magico te, non c’hai proprio niente. E che non importava andare a cercare la magia per renderti interessante agli occhi di chi non ti conosce. Tu sei reale, sei quello che si vede, ciò che si odora, le colline che muovono il tuo orizzonte che pare tocchino il cielo, la terra che scricchiola sotto ai piedi, le scarpe che rimbombano sotto agli archi, la rocca che si vede da lontano, sempre, le campane delle dieci che fanno tornare chi si è perso, le rondini sotto i tetti, le mille chiese, le solite facce che non ti abbandonano, quelli vestiti male soprattutto, perché a chi sa di essere ricco dentro non interessa mostrarlo a tutti quanti!
Cara San Miniato, vorrei solo che tutti quelli che adesso stanno parlando di quella tua piazza, pensassero in grande, pensassero in largo, pensassero col cuore, oltre che con la testa e che non fosse soltanto un balletto di architetti in bellamostra. Perché tu sei unica e prima dell’apparenza, bisogna pensare alla sostanza e purtroppo per te, di sostanza ce n’è rimasta poca. Se non torna la gente, chi l’ammirerà, chi ne godrà di quella piazza meravigliosa che stanno progettando adesso? Se non diamo servizi ai turisti, se non accogliamo le persone come le accoglieremmo a casa nostra, se non facciamo tornare i ragazzi dando loro luoghi dove stare, dove crescere, dove esprimere le loro personalità, invece di lavarci le coscienze per la nostra assenza e regalargli il Nintendo per spappolare i loro neuroni positivi e accrescere la loro voglia di violenza…
San Miniato ti odio e mi fai schifo… e se quest’estate non mi avesse fatto un grande regalo, forse, smetterei anche di parlare di te. Ma ti voglio raccontare una cosa, e poi basta, poi smetto di scrivere per oggi:
Ero a Cesenatico, un paese dove è tutto finto, il mare è finto, la spiaggia è finta, le serie di negozi sono fatte con il copia-incolla e vendono troiai che puoi trovare in qualsiasi altra parte del mondo e ti assicuro che in qualsiasi altro posto non li acquisterei perché ti danno l’idea precisa di cosa significhi consumismo (consumare energie, forza lavoro sottopagata per produrre spazzatura e inquinare il mondo!). Ero lì e dalla mattina alla sera ero già depressa e pensavo a chi me l’avesse fatto fare. E mentre pensavo all’unica risposta possibile – la crisi! – mi sono imbattuta in una ragazzina di quattordici anni: era lì in albergo, o al mare, o in piscina, o in qualsiasi altro luogo che disegnava. Mi sono incantata più volte a guardarla, perché mi ricordava me stessa alla sua età. Poi l’ho conosciuta e l’entusiasmo che sprigionava io l’ho conosciuto soltanto adesso, a quasi quarant’anni. Ho pensato che lei fosse speciale, che non ci fossero ragazzi della sua età come lei. E invece, poco dopo, lei li ha attratti tutti, gli altri ragazzini dell’albergo, tutti insieme, tutti i giorni, tutti a disegnare, a parlare, a fare giochi stupidi tipo guardarsi in faccia e cercare di non scoppiare a ridere. Alla fine ho giocato anch’io, perché non potevo perdermi un’occasione così.

Altro che Nintendo! I ragazzi hanno bisogno di luoghi per stare insieme, per esprimersi e crescere nel migliore dei modi!
Cara San Miniato, ti prego, datti da fare, apri tutte le tue porte, mostra le tue stanze, i tuoi tesori e credi in te molto più di quanto facciano gli altri. Potrai rivivere, se la ragione e la giovinezza verranno ricondotte a te.

Nel frattempo ti abbraccio, cara stupida vecchia città.

Irene

Ci sono gli angeli nel cuore di San Miniato

Ecco, dirà qualcuno, adesso il Bucciano FotoDiarioFestival ci tiene così tanto alla nostra città, che se n’è inventata una davvero grossa: gli angeli a San Miniato. Sai che attrattiva per i turisti! E alla festa del tartufo, invece dell’estemporanea di fotografia, tutti a caccia di questi famigerati angeli…
E invece la questione è ben più semplice e reale. Non saranno come gli angeli di Win Wenders, romantici osservatori della realtà, e di sicuro nemmeno come quel John Travolta fumatore appesantito e sciupafemmine, ma tanto carino, di Michael. Tuttavia questi sono i nostri angeli, quelli di San Miniato, quelli che 24 ore su 24 stemperano le nostre paure e corrono nel momento del bisogno.
Sono tanti, forse non abbastanza per il compito difficile che si sono presi, e vi posso assicurare che essere lì, assistere alla fotografia è stato emozionante: tutte quelle persone hanno le ali e sbattono per noi.

Come sempre, il manifesto 6×3 è visibile sotto i chiostri a San Miniato.

Ma per capire quanto la Misericordia, i donatori del sangue e la protezione civile riescano a far breccia nel cuore dei Samminiatesi, ecco cos’è successo dopo che con tutta la mia famiglia ho assistito allo scatto: siamo tornati a casa e Margherita (mia figlia di 5 anni) è corsa a fare un disegno. Questa è la sua personale versione del 6×3:

Passeggiando una sera verso l’ora di cena per San Miniato

Sono le 19, resto sola con Libero e parto per una passeggiata a piedi con la carrozzina in direzione di San Miniato. E’ passata un’altra giornata caldissima, ma adesso si sta alzando un po’ di brezza e camminare è piacevole. Mi godo questo tempo, questa serenità… e passeggio senza darmi una meta e un orario di ritorno.
Giovanna e le amiche dai capelli bianchi, a fare salotto sui troppoli stasera non c’è, è già troppo tardi. Proseguo. Mi aspetto di incontrare Simone che porta a spasso il suo labrador, ma probabilmente è tardi anche per lui.
Inizio la salita della Nunziatina e vengo piacevolmente sorpresa dal rimbombo di un pallone: stanno giocando al campino da poco rimesso in sesto per iniziativa di alcuni samminiatesi.
Oltrepassato Palazzo Grifoni trovo una San Miniato davanti allo specchio, ha appena fatto la doccia per lavare via la fatica e l’afa di tutto il giorno e sta scegliendo il trucco per la sera. Qualcuno parla davanti alle botteghe aperte ancora per pochi minuti, ci sono i ragazzi della scuola internazionale di teatro che camminano tutti belli rivestiti per andare a cena fuori e poi, dai chiostri, mi giunge qualcosa, una sorpresa portata dalla brezza: musica. Mi fermo davanti ai chiostri, non posso salire, perché ho la carrozzina e lo scivolo laterale ha il cancello già chiuso (?!?). Un nugolo di persone si è riunito per ascoltare questo concerto che nella mia fantasia vuole essere improvvisato: una corale di bambini francesi sta cantando a cappella e per pochi minuti San Miniato e i suoi chiostri mi portano in volo trasferendomi in qualche città europea, dove ogni angolo, e persino sottoterra, ti puoi aspettare uno spettacolo, un concerto, una performance improvvisata. La canzone finisce e tutti applaudiamo. Cerco nella mia testa il pulsante per scattare qualche foto o addirittura il tasto REC per fare una ripresa, ma, come al solito, non lo trovo. Mentre sto per ripartire, scende le scale e viene da me una signora francese che, guardando Libero e indicandolo, con una faccia intenerita esclama: «Il’est petit!» E io, che capisco soltanto in quel momento che si tratta di una corale francese, rispondo: «Sì, parecchio petit!»
Riparto, dopo aver sentito una signora che diceva ad un’altra che stasera i bambini francesi avrebbero cantato sul prato del Duomo. Sorrido fra me e me, riflettendo che davanti al Duomo un prato non c’è, ma anch’io ho sempre detto così.
Oltrepasso Piazza San Domenico, il giornalaio, il bar Cantini, i nuovi negozi di Contessa Matilde e della ragazza che crea gioielli (sento che martella instancabile nel retro bottega) e la libreria che, immancabilmente, mi richiede una sosta.
Vado avanti verso il piazzale e, mentre passeggio fra i giardini, i miei occhi attraversano la strada e volano al campo di pallacanestro allestito per tre serate di tornei. Ho visto quel campo lì nel pomeriggio, quando ancora il torneo serale era lontano, pieno di ragazzini. Accidenti, per anni avevo pensato che a San Miniato non fossero nati più bambini! O dov’erano spariti tutti? Ma la risposta è, purtroppo, anche troppo ovvia.
Guardo il tiro a canestro di uno che a basket non ci gioca più, penso, almeno da quando io non gioco più a pallavolo, ma la sua voglia di farlo è parecchio più evidente della sua incapacità. Il canestro non lo fa, ma sono tutti contenti, compreso lui e compresa me che riparto con un’immagine in più da riportare a casa.
Riattraverso San Miniato, i negozi stanno chiudendo, i locali alzano la musica per gli apericena. Ridiscendo la Nunziatina, qualcuno mi saluta, qualcuno si interessa a quando metteremo il prossimo 6×3 sotto i chiostri, un ragazzo sulla sedia a rotelle mi dice che sono sempre stata bellina…
Attraverso le Colline, alla Cappellina lancio un’occhiata nostalgica a quel mostro spiaggiato che è diventato, ormai, il mio Liceo: sporco e decadente, ma ancora pieno d’orgoglio.
Ormai casa è vicina, il sole è arrossato. Ripasso davanti alla casa di Giovanna: è sull’aia in piedi che sta mangiando la susina più grossa del suo albero e fa alle sue gatte: «Bimbe, io vò su, è!» Esita un secondo prima di andare davvero, come se si aspettasse sul serio una risposta dai gatti. Anch’io esito un attimo nell’attesa… poi vò via.

Dall’idea al bicchiere: la lunga strada di un’etichetta.

Entrare in un supermercato, in una cantina, in un’enoteca e perdersi fra le centinaia di bottiglie di vino è un attimo. In quell’attimo, una buona etichetta ha tutto il tempo di parlare e catturare l’attenzione del cliente. La maggior parte di loro, purtroppo, resta muta e in disparte a confondersi con tutte le altre.
Nei quasi quindici anni durante i quali mi sono occupata di progettare etichette, ho conosciuto vini provenienti un po’ da tutta Italia e ho capito che ognuno di loro è un mondo a sé che va espresso e vestito con un abito cucito su misura.
Ogni etichetta è un microcosmo affascinante, un mix di creatività e regole dosati al millimetro ed è davvero difficile improvvisarsi nella sua realizzazione, perlomeno se non ti basta che il tuo vino abbia un posto sullo scaffale, anche se resterà invisibile e muto.

Negli ultimi tempi, i primi mesi del 2012, ho avuto il piacere di progettare tre etichette per le Cantine Montalbano, una cantina sociale con sede al Terrafino che produce vino con le uve provenienti dal nostro territorio.
Le prime due etichette riguardano lo stesso prodotto, un Vinsanto del Chianti, però presentato in due bottiglie molto diverse: una bordolese da 750 ml e una bottiglia snella e pregiata da 50 ml. Lo scopo di questa differenziazione è quello di offrire un prodotto della stessa qualità, che vada bene sia per un abituale consumatore, sia per chi desidera fare un bel regalo e ha bisogno di una confezione all’altezza.

Delle due etichette, la prima, quella destinata alla bordolese da 750 ml. doveva rispettare una linea già esistente, la linea dei vini di punta della cantina, dove troviamo già due Chianti DOCG e un Bianco dell’Empolese DOC, per cui la caratterizzazione è avvenuta soprattutto lavorando sui colori e sui caratteri.
La seconda etichetta è quella progettata per la bottiglia da 50 ml. La maggiore accuratezza generale è visibile già dalla grafica, ma quando si lavora sul progetto di un’etichetta, bisogna staccarsi spesso dall’immagine che vediamo a video e guardarla nella sua realizzazione finale. E’ come avere a disposizione una serie di accessori che, proprio per la loro caratteristica di tridimensionalità, non possono essere visti, ma soltanto immaginati, fino alla fine, quando l’etichetta sarà definitivamente stampata in tipografia.

Sto parlando di carte (trame e colorazioni), di lamine, di punzoni, di capsule e di tutta quella vasta gamma di accessori possibili, oggi, per tirar fuori un’etichetta dallo scaffale.

Successivamente ho progettato l’etichetta per quello che è stato denominato Biancospino, il primo vino frizzante presentato dalle Cantine Montalbano.
L’input per questa etichetta era la bottiglia, una borgognotta, e la freschezza del prodotto, un vino ideale per aperitivi, per giovani, magari per un apericena in compagnia di amici, senza mai dimenticare lo stile e l’impronta delle Cantine Montalbano, legate a un territorio importante con tradizioni forti e grande qualità di prodotto.

Questi vini saranno descritti in maniera tecnica nell’apposita sezione del sito delle Cantine Montalbano. Per adesso sono in vendita nel negozio presso la cantina.

Le foto che ho utilizzato per questo articolo sono state realizzate da Fabio Frangini.

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